Prologo: Il Cilindro d'Ottone
La chiave era fredda e pesante, un cilindro d’ottone consumato dal tempo, intarsiato di simboli che sembravano muoversi ai margini della vista. Silvano la strinse nel palmo, sentendo il metallo riscaldarsi al contatto con la sua pelle, quasi fosse vivo. Un brivido, che non era solo l’umidità del luogo, gli percorse la spina dorsale.
Il Palazzo Grimani, un colosso di pietra scura costruito nel 1887 e lasciato a sé stesso per decenni, stava in fondo a un vicolo cieco, come vergognoso dei propri segreti. L’incarico era arrivato in modo strano: un messaggio anonimo, su carta ingiallita, con una cifra da capogiro e poche, precise parole. "L’ascensore principale del Palazzo Grimani necessita della sua unica competenza. Nessun altro può vederlo. Nessun altro può sentirlo. Si presenti alle ventuno."
E così eccolo lì, alle nove di una sera di ottobre, con la sua cassetta degli attrezzi e un malessere crescente nello stomaco. L’atrio era un mausoleo di polvere e ombre lunghe. L’aria sapeva di legno marcio, di muffa vecchia di secoli, e di qualcos’altro: una sottile, metallica scintilla di ozono, come dopo un temporale.
Fu allora che lo vide, in fondo alla hall. L’ascensore.
Non assomigliava a nessun modello che avesse mai studiato o riparato. La sua cabina, visibile attraverso le grate di ferro battuto delle porte esterne, era in mogano scuro e ottone, con ornamenti complessi che ricordavano sia meccanismi di precisione che rune tribali. Le porte interne, di vetro smerigliato, sembravano opache e profondissime, come se nascondessero non uno spazio, ma un abisso.
Si avvicinò, i suoi passi echeggiarono nel silenzio assoluto. Non c’era il solito pannello con i pulsanti. Al suo posto, una lastra di ottone lucido incisa con numeri che non avevano senso: 1347, 1527, 1666, 1799, 1918… e in basso, un unico tondo di ebano, senza incisioni, che sembrava assorbire la poca luce della sua torcia.
Con un sospiro, Silvano infilò la chiave nel vecchio meccanismo a lato della porta. La serratura ruotò con uno scatto secco, sonoro, che parve risuonare in tutto lo scheletro del palazzo. Un ronzio basso e vibrante si levò dalle fondamenta, una nota continua che fece tremare i denti a Silvano.
Le grate esterne si aprirono con un cigolio lamentoso. Le porte interne di vetro smerigliato scivolarono via in silenzio, rivelando l’interno della cabina. L’odore che ne uscì lo colpì in pieno viso: ozono, si, ma anche cenere spenta, legno di sandalo, e una traccia, una sola, di colonia vecchio stile, ambrata e speziata. Un profumo da uomo.
Il suo cuore batté più forte. Qualcuno era appena stato qui.
Spinto da una curiosità più forte della prudenza, entrò. La cabina era immacolata, l’ottano lucidato a specchio. Nella sua stessa immagine riflessa, per un attimo, gli parve di scorgere un’altra figura, alle sue spalle, alta e dai lineamenti sfocati. Si voltò di scatto.
Nessuno.
Ma l’impressione di essere osservato era diventata certezza. Un peso, uno sguardo fisso e intenso che sentiva sulla nuda pelle del collo. Respirò a fondo, cercando la sua razionalità da tecnico. Doveva testare il funzionamento, vedere se il motore rispondeva. Tese la mano e premette il bottone nero, quello senza nome.
Fu come se il pavimento sotto i suoi piedi cessasse di esistere.
L’ascensore non si mosse in alto o in basso. Si contorse. Un movimento laterale, innaturale, che gli fece urlare le viscere. La luce si spense, sostituita da un bagliore pulsante, ambrato, che sembrava emanare dalle pareti stesse. Il vetro smerigliato delle porte divenne chiaro, trasparente, e attraverso di esso vide scorrere immagini confuse: ombre di persone in abiti strani, lampi di fuoco, riflessi d’acqua, muri di mattoni che si formavano e dissolvevano.
Un panico primordiale lo afferrò. Premette tutti i pulsanti, cercando di fermare la corsa folle. Niente. L’ascensore proseguiva la sua danza distorta nel ventre del tempo.
Poi, si fermò.
Un silenzio tombale. La luce tornò, fioca, tremolante.
Attraverso il vetro ora chiaro, Silvano vide un corridoio diverso. Non più marmo e polvere, ma pietra grezza e torce fumose fissate alle pareti. L’aria che filtrava dalle grate era gelida, umida, e portava con sé il tanfo dolciastro della malattia e il pesante aroma dell’incenso.
E in quel corridoio, in lontananza, una figura.
Era di spalle, alta, con capelli scuri che ricadevano su un colletto di un abito antiquato. La figura si voltò lentamente, come sentendo il suo sguardo.
Gli occhi che incontrarono quelli di Silvano, attraverso due strati di vetro e l’abisso di secoli, erano della tempesta più scura e profonda. Bellissimi. E pieni di una conoscenza così vecchia e di un desiderio così fresco che il respiro di Silvano si bloccò in gola.
Per un secondo, meno di un secondo, le labbra dell’uomo, fini e pallide, sembrarono formare una parola. Finalmente.
Poi l’ascensore sobbalzò di nuovo, strappando via quella visione. Le porte si chiusero. Il vetro ridivenne opaco. La cabina tornò a vibrare, riportandolo indietro, verso il presente, verso l’atrio polveroso.
Quando le porte si aprirono sul Palazzo Grimani deserto e silenzioso, Silvano era pallido, tremante, con il sudore freddo sulla schiena. Barcollò fuori, il cuore un martello nelle costole.
Si voltò a guardare l’ascensore. Le porte di vetro smerigliato erano di nuovo impenetrabili. Ma sulla superficie opaca, vicino alla serratura, c’era un’impronta netta, fresca, di una mano più grande della sua.
E accanto ad essa, scritta nella polvere sottile che ricopriva l’ottone, una sola parola, in una calligrafia elegante e disperata:
Aspettami.
Silvano fissò quella parola, poi la sua immagine riflessa nel metallo. Nei suoi occhi, la paura cominciava già a mescolarsi a qualcos’altro. Una curiosità bruciante, pericolosa. E, in fondo, il primo, sottile risveglio di un’attrazione che non aveva nome, ma che profumava di ozono, legno di sandalo e secoli di solitudine.
L’ascensore era rotto, sì. Ma non nel modo che lui aveva immaginato. E ora, la vera domanda non era come ripararlo.
Era se sarebbe riuscito a resistere alla tentazione di premere di nuovo quel bottone nero.