Capitolo 1: L'Ultima Corsa
La chiave arrugginita girò nella serratura con un cigolio che sembrava un lamento. Luca Marchetti spinse la pesante porta di legno e ferro, che si aprì riluttante dopo decenni di abbandono. Un odore di polvere, legno marcio e ricordi dimenticati lo colpì come uno schiaffo.
"Madonna santa," mormorò, facendo scorrere la mano lungo il muro alla ricerca dell'interruttore. La luce fioca di una lampadina sopravvissuta al tempo illuminò debolmente l'interno della stazione ferroviaria.
Luca aveva ereditato quel posto da uno zio che non aveva mai conosciuto davvero. Zio Aldo, il fratello eccentrico di suo padre, morto senza figli e con la strana volontà di lasciare quella proprietà proprio a lui. "Perché a me?" si era chiesto quando l'avvocato gli aveva consegnato le chiavi. "Cosa me ne faccio di una stazione abbandonata in mezzo al nulla toscano?"
Eppure, eccolo lì, in una sera di ottobre, con la nebbia che iniziava a salire dalle colline circostanti. Il suo sguardo da architetto analizzava automaticamente la struttura: muri solidi, soffitti alti, finestre ad arco che un tempo dovevano essere magnifiche. Con il giusto restauro, poteva diventare una splendida casa di campagna.
Si addentrò nell'edificio, i suoi passi echeggiavano nel silenzio irreale. La sala d'attesa conservava ancora alcune panchine di legno, coperte da un velo di polvere spesso come neve. Dietro il vetro sporco della biglietteria, vecchi orari ferroviari pendevano storti dalle pareti come fantasmi di carta.
Una sensazione strana lo attraversò mentre camminava tra quelle stanze morte. Come se non fosse solo. Come se occhi invisibili lo stessero osservando, studiando, valutando.
Luca uscì sul binario. I binari si perdevano nella nebbia, diritti come frecce verso l'orizzonte nascosto. Era strano, pensò. Secondo i documenti, quella linea ferroviaria era stata dismessa nel 1944, dopo i bombardamenti della guerra. Eppure, i binari sembravano in condizioni sorprendentemente buone per essere stati abbandonati da ottant'anni.
Il freddo ottobre gli penetrava nella giacca di pelle. Stava per rientrare quando un suono lo fermò di colpo. Un fischio. Lungo, acuto, inconfondibile. Il fischio di un treno.
Luca si voltò verso i binari, il cuore che iniziava a battere più forte. Non c'erano treni su quella linea da decenni. Non c'erano treni da nessuna parte, in quella zona sperduta delle colline toscane. Eppure, il suono era chiarissimo, sempre più vicino.
"Allucinazioni," si disse ad alta voce, la sua voce che suonava innaturale nel silenzio. "Troppo stress, troppo lavoro."
Ma il fischio si ripeté, seguito da un altro suono: il ritmo cadenzato delle ruote sui binari. Clac-clac, Clac-clac, Clac-clac. Sempre più vicino, sempre più reale.
Luca rimase immobile, incapace di muoversi, mentre dalla nebbia iniziò a emergere una forma scura. Prima una sagoma indistinta, poi più definita. Un treno. Un vero treno, con la locomotiva a vapore che sbuffava nuvole bianche nell'aria fredda.
"Impossibile," sussurrò, arretrando istintivamente.
Il treno rallentò e si fermò esattamente davanti alla stazione, come se quella fosse la sua fermata programmata. Era un treno d'epoca, anni Quaranta, perfettamente conservato. Le carrozze di un verde scuro rilucevano sotto la luce fioca della luna che filtrava tra le nuvole.
Per un momento, il mondo sembrò sospeso. Poi, con un sibilo di vapore, si aprirono due porte di carrozze diverse.
Dalla prima scese un uomo alto, spalle larghe, vestito con l'uniforme blu scuro di un ferroviere d'epoca. Il berretto calato sugli occhi non nascondeva completamente il profilo perfetto, la mascella forte, i capelli scuri che spuntavano ribelli.
Dalla seconda carrozza scese un altro uomo, più snello ma altrettanto affascinante. Capelli biondi ondulati, lineamenti aristocratici, vestito con un elegante completo d'epoca che gli stava come un guanto. I suoi occhi, anche a distanza, brillavano di un'intelligenza acuta.
Entrambi si voltarono verso Luca nello stesso istante, e lui sentì il respiro morirgli in gola.
Gli occhi del primo uomo erano del colore del cielo prima della tempesta, grigi con sfumature blu che sembravano catturare la luce e rimandarla indietro moltiplicata. Gli occhi del secondo erano verde smeraldo, profondi come pozzi antichi.
Per un attimo che sembrò eterno, i tre sguardi si incrociarono attraverso la distanza che li separava. Luca sentì qualcosa muoversi nel petto, come se una parte di lui che non sapeva di esistere si stesse risvegliando.
L'uomo in uniforme fece un passo verso di lui, poi si fermò. Un sorriso enigmatico gli curvò le labbra.
"Lei non dovrebbe essere qui," disse, e la sua voce era profonda, calda come whisky invecchiato. "Non a quest'ora."
L'uomo biondo si avvicinò al primo, appoggiando una mano sulla sua spalla in un gesto che parlava di intimità profonda. "Ma forse," disse con voce melodiosa e colta, "è esattamente dove dovrebbe essere."
"Io... io sono il proprietario," balbettò Luca, sentendosi ridicolo. "Ho ereditato la stazione."
I due uomini si scambiarono uno sguardo carico di significato.
"Allora," disse l'uomo in uniforme, "forse è davvero il destino."
"Il mio nome è Matteo," continuò, indicando sé stesso. "Matteo Santelli." Poi indicò il compagno. "E lui è Alessandro Conti."
Alessandro fece un leggero inchino, elegante come un principe. "È un piacere conoscerla, signor..."
"Marchetti. Luca Marchetti."
"Luca," ripeté Alessandro, e il modo in cui pronunciò il suo nome fu come una carezza. "Un bel nome."
Un altro sibilo di vapore, più forte questa volta. Matteo si voltò verso il treno, poi di nuovo verso Luca.
"Dobbiamo andare," disse, ma nella sua voce c'era riluttanza.
Alessandro non staccava gli occhi da Luca. "A meno che," disse lentamente, "lei non voglia venire con noi."
"Venire dove?"
"In un viaggio," sorrise Matteo. "Un viaggio che cambia tutto."
Prima che Luca potesse rispondere, i due uomini salirono sulle loro rispettive carrozze. Le porte si chiusero, il fischio suonò di nuovo e la locomotiva iniziò a muoversi. In pochi istanti, il treno scomparve nella nebbia come se non fosse mai esistito.
Luca rimase solo sul binario, il cuore che martellava contro le costole. Guardò l'orologio: mezzanotte e tre minuti. Si passò una mano tra i capelli, cercando di dare un senso a quello che era appena accaduto.
"Matteo Santelli e Alessandro Conti," ripeté i nomi ad alta voce, e gli sembrò di sentirli echeggiare nell'aria fredda della notte.
Non sapeva ancora di aver appena incontrato i due uomini che avrebbero cambiato per sempre la sua vita. E non sapeva che entrambi erano morti ottant'anni prima.
Ma una cosa la sapeva già: li voleva rivedere. Entrambi. E quella sensazione, forte e inspiegabile, lo spaventava quanto lo eccitava.