La pioggia batteva ora un ritmo ossessivo sul tetto, come mille dita impazienti che chiedevano ingresso. Nella penombra tremula della bottega, la marionetta era tornata alla sua apparente immobilità sulla sedia. Ma Giuseppe sapeva. Aveva visto quel corpo di legno muoversi con una presenza che non apparteneva più al regno dei ricordi, ma a qualcosa di vivo e terribilmente fragile.
Si avvicinò con la cautela di chi teme di spaventare un uccello ferito, lasciandosi cadere sullo sgabello di fronte a lei.
«Giulio...» la sua voce era un filo di seta teso sull'abisso «...ricordi qualcosa? Di noi? Del nostro tempo insieme?»
Il silenzio che seguì fu così profondo da sembrare tangibile. Poi, lentamente, come nebbia che si dirada al primo sole, qualcosa cambiò negli occhi di vetro. Il blu si fece più trasparente, più profondo, come se dietro quelle pupille immobili si stesse svegliando una coscienza.
«Ricordo... il vento che profumava di salmastro» sussurrò la marionetta, e nella voce c'era un'eco della dolcezza che Giuseppe ricordava. «La tua mano che mi accarezzava la nuca mentre lavoravamo. Il tuo riso quando sbagliavo un intaglio...»
Un sorriso doloroso solcò il volto di Giuseppe. «Ogni volta... partivi con tale determinazione, e ogni volta...»
La voce gli si incrinò. «...finivi per tagliarti.»
Le dita di legno si mossero appena, un gesto quasi impercettibile. «E tu... mi baciavi le dita per far passare il dolore.»
Quelle parole colpirono Giuseppe con la forza di una marea. Chiuse gli occhi, lasciando che il ricordo lo travolgesse: le dita di Giulio tra le sue, il sapore del legno e del sangue, la promessa non detta di proteggerlo sempre.
Ma il momento si frantumò come vetro.
L'aria nella bottega si fece improvvisamente pesante, satura di un'energia oscura. Gli occhi della marionetta si opacizzarono, le pupille rotolarono all'indietro in un movimento innaturale, meccanico.
«Ricordo anche...» la voce si fece stridula, metallica «...mani che non erano le tue.»
Il gelo perforò Giuseppe fino al midollo. «Quali mani, Giulio?»
«Mani... fredde...» la testa della marionetta scattò di lato con un movimento a scatti «...che mi hanno afferrato. Tirato giù.»
«Dove?» implorò Giuseppe, sentendo il panico crescere. «Dove ti hanno portato?»
Le dita di legno si contrassero sui braccioli, scricchiolando minacciosamente. «Sotto... le onde...» la voce ora era un sibilo lontano, come proveniente dalle profondità marine «...una presa gelida... alla caviglia... e io... io non...»
La marionetta si bloccò, ogni giuntura tesa all'estremo.
«Non ero solo laggiù.»
Giuseppe si lanciò in avanti, le sue mani calde che stringevano le spalle di legno. «Basta, amore mio, non continuare. Non torturarti con questi ricordi.»
Gli occhi di vetro lo fissarono, e in quelle profondità azzurre Giuseppe vide nuotare un terrore antico. «Ho paura, Giuseppe.»
Quella confessione lo trafisse più profondamente di qualsiasi lama.
«Lo so, tesoro mio. Ma sono qui con te. Non permetterò che nulla ti accada di nuovo.»
E allora accadde l'impossibile. Il petto di legno della marionetta si sollevò lievemente, poi si abbassò. Un respiro. Sottile, imperfetto, ma innegabile.
«Giuseppe...» la voce era di nuovo umana, carica di una confusione straziante «...se sono davvero tornato... perché mi sento così incompleto? Come se... una parte di me fosse rimasta indietro?»
Giuseppe si morse il labbro fino a sentire il sapore metallico del sangue. La verità era una pietra nello stomaco.
«Il rituale...» mormorò, accarezzando una guancia di legno «...non è stato perfetto. Una parte della tua essenza è rimasta laggiù. Ma ti giuro che la riporterò a casa. Ti renderò intero.»
La marionetta lo guardò, e in quello sguardo c'era tutta la fragilità del mondo. «Non lasciarmi andare di nuovo.»
«Mai.» la promessa gli bruciò la gola. «Mai più.»
Fu in quel preciso istante che la finestra esplose.
Un frantumarsi di vetri che si mescolò al fragore del tuono. Qualcosa - qualcuno - si era scagliato contro la bottega con forza brutale.
Mentre Giuseppe si voltava, il cuore in gola, la voce della marionetta dietro di lui cambiò, diventando un sibilo profondo e minaccioso:
«Mi hanno trovato. E adesso vengono a riprendersi ciò che è loro.»