Capitolo 3: Il Richiamo del Sangue

563 Parole
Il fuoco scoppiettava, proiettando ombre danzanti che sembravano riflettere il tumulto nell'animo di George. Stringeva il medaglione così forte che il metallo antico rischiava di imprimersi nella sua pelle. Ogni istante dell'incontro con il Guardiano gli si riproduceva dietro le palpebre: la mole imponente, gli occhi di un oro fuso che parevano vedere attraverso di lui, la voce che era un tuono trattenuto. Perché era ancora vivo? I manoscritti di famiglia, logori e pieni di polvere, non mentivano. Le parole si erano trasformate in carne, in quel gigante dai lineamenti scolpiti che lo aveva guardato non come un nemico, ma come un enigma irrisolvibile. Suo nonno, Kaelen. Un fuggiasco. Un traditore per alcuni, un amante per altri. Aveva rinunciato all'immortalità atlantidea per un amore umano, e ora George, con quel sangue diluito ma ancora potente nelle vene, era il frutto di quella scelta proibita. Era la conseguenza vivente di una ribellione. Un fruscio, troppo silenzioso per essere un animale del bosco, lo strappò dai suoi pensieri. Si alzò di scatto, il coltello in pugno, il cuore in gola. «Posare quella lama è il primo gesto di saggezza che potresti compiere stanotte.» Darius emerse dall'oscurità come un fantasma concreto, la luce lunare che incorniciava la sua ampia silhouette e accendeva di bagliori ambra i suoi occhi. L'aria stessa si fece più densa, carica della sua energia primordiale. «Cosa vuoi?» La voce di George gli tremò lievemente, non per paura, ma per l'intensità travolgente di quella presenza. Darius si avvicinò, i suoi passi non facevano rumore. «Voglio la quiete che mi hai portato via. Voglio capire perché il tuo volto si frappone tra me e il mio dovere da quando ti ho visto.» Si fermò a una distanza che era sia una minaccia che un invito. «Dimmi, discendente di Kaelen, cos'è questo legame che mi lega a te più di qualsiasi giuramento?» «Forse non esiste alcun legame», provò a mentire George, sentendo il calore salirgli al volto. «Forse sono solo un uomo con un cimelio e troppe domande.» Un sorriso sfiorò le labbra di Darius, un'espressione carica di un'antica, amara saggezza. «Mentire a te stesso è uno spreco del tuo coraggio. Il tuo sangue canta una canzone che solo il mio può sentire. Sei venuto qui per un motivo che va oltre la tua stessa comprensione. E io...» La sua voce si fece un brusio profondo, «io non so più se voglia scacciare quella canzone o abbandonarmi ad essa.» La confessione, così cruda e inaspettata, lasciò George senza fiato. Sentiva la verità di quelle parole risuonare in ogni fibra del suo essere. «Non sono un destino da subire», riuscì a sussurrare, sfidando quegli occhi che lo stavano divorando. «No», concordò Darius, e con un movimento di una fluidità innaturale, gli tese una mano. Non per afferrarlo, ma per sfiorargli la guancia. Il tocco era incredibilmente delicato, un contrasto sconvolgente con la sua forza brutale. Una scossa di energia calda e antica attraversò George. «Non si tratta di subire. Si tratta di risvegliarsi.» George chiuse gli occhi, sopraffatto. Il crepitio del fuoco, il profumo del legno bruciato, tutto svanì. Esisteva solo quel tocco, quella vicinanza, la promessa e il pericolo che emanavano da Darius. In quell'attimo di resa, seppe che la sua vecchia vita era finita. E negli occhi dorati del Guardiano, vide riflessa non la sua fine, ma un inizio così vertiginoso da fare paura.
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