Prologo – Il suono proibito
La pioggia scendeva senza tregua, un monotono canto funebre che si infrangeva contro le vetrate ferite della chiesa di San Vittore. Il tempo, lì dentro, sembrava essersi fermato, sepolto sotto strati di polvere e oblio. Panche scheletrite, un altare spezzato in due come un giuramento tradito. E silenzio. Un silenzio spesso, pesante, che gravava su ogni cosa.
Ma era un’illusione. Perché al centro di quella desolazione, l’organo svettava ancora, un gigante nero e dormiente, le sue canne protese verso l’alto in un muto, disperato anelito. Era lì, in attesa. Da decenni. Da secoli, forse.
Poi, accadde.
Non un fruscio del vento, non uno scricchiolio della vecchiaia.
Fu una nota. Una sola, profonda e vibrante, che squarciò la coltre del silenzio. Non veniva dal mondo esterno. Nasceva lì, dalle viscere stesse dello strumento, un lamento che era insieme dolore e liberazione.
E come risposta a quel richiamo, le candele spente da una vita si incendiarono. Non tutte insieme, ma in una lenta, inquietante onda di fiammelle che danzarono, risvegliando dalle tenebre gli affreschi consunti dei santi. E nelle luci tremule, le loro sacre effigi si contorsero: bocche aperte in un urlo silenzioso, occhi che grondavano lacrime di vernice nera.
Un sussurro, più sensazione che suono, serpeggiò tra le navate, avvolgendo ogni colonna, ogni pietra:
— Finalmente.
La pioggia cessò all’istante, come un respiro trattenuto.
In quel vuoto di suoni, la chiesa esalò. Il legno delle panche gemette, la pietra sospirò. E l’organo, al centro di quel miracolo maledetto, parve contrarsi. Tra le sue canne più oscure, avvolte dalle ragnatele e dall’ombra, due occhi si spalancarono. Occhi antichi, colmi di una tristezza infinita e di un desiderio così bruciante da sfidare la morte stessa. La musica non era finita. Stava solo ricominciando.