Capitolo 8 – L’Ultimo Desiderio

526 Parole
Il mattino seguente, la luce filtrava grigia e smorzata dalle tende consunte della stanza segreta. Gianluca si svegliò lentamente, ancora avvolto dal ricordo ardente di Paolo. Ogni parte del suo corpo vibrava come se la sua pelle e il suo spirito avessero assorbito una corrente proibita. L’eco di quella notte restava intatta: baci, carezze, la sensazione che la vita e la morte si erano fuse, abbattendo ogni confine. Ma quando si voltò, Paolo non era accanto a lui. Solo lo specchio incrinato rifletteva la sua immagine solitaria. La voce del fantasma giunse comunque, prima un sussurro, poi più chiara: — «Non posso restare.» Paolo apparve di colpo, in piedi accanto al letto, più diafano del solito. I suoi contorni non erano nitidi come nei giorni precedenti, ma tremolanti, fragili. Gli occhi scuri, che la notte prima ardevano di desiderio, ora brillavano di malinconia. — «Stanotte ho ricevuto ciò che aspettavo da più di un secolo,» disse con una calma struggente. «Ma ogni volta che mi lego alla carne, il filo del mio spirito si consuma. Non ho più molto tempo, Gianluca. Se resterò, diventerò solo un’ombra rabbiosa. Non voglio trascinarti nel mio abisso.» Il cuore di Gianluca si serrò. Si alzò, raggiungendolo quasi d’istinto, e provò a toccargli il braccio. Per un momento ci riuscì: c’era ancora calore, una sensazione viva, il ricordo pulsante di ciò che Paolo era stato. — «Allora non lasciarmi. Non dopo quello che ci siamo dati.» Paolo abbassò lo sguardo. Le sue dita, eleganti, sfiorarono la mano di Gianluca con un tremito. — «C’è un solo modo di chiudere questo cerchio. Un rituale. Qui, in questa stanza, con il fuoco e la luce.» Gianluca ascoltò in silenzio mentre Paolo gli spiegava: avrebbero acceso candele ai quattro angoli del letto, bruciato incenso, e letto ad alta voce le parole dell’ultima lettera mai spedita ad Alessandro — quella che Paolo scrisse prima di morire. Solo così il suo spirito avrebbe potuto liberarsi dalla catena del desiderio interrotto. Quella sera, Gianluca preparò tutto con mani tremanti: le candele bianche, l’incenso al sandalo, la lettera consunta trovata nel doppio fondo della cassettiera. La stanza segreta si riempì di un bagliore tenue e profumato, che pareva richiamare presenze invisibili. Paolo apparve ancora una volta, bellissimo, avvolto da un’aura lieve. Si sedette accanto a lui, così vicino da sfiorargli le labbra con un ultimo bacio. Fu un bacio lungo, struggente, in cui entrambi riversarono ciò che non poteva essere detto: amore, desiderio, rimpianto e addio. Poi Gianluca lesse le parole della lettera. La voce si incrinò, ma ogni sillaba risuonò nel cuore della stanza, come se il palazzo stesso ascoltasse. Quando pronunciò l’ultima frase, Paolo sorrise. Un sorriso diverso, pacificato. — «Ora posso andare.» Il suo corpo iniziò a dissolversi, la luminosità avvolgente cancellava lentamente i contorni. Eppure, fino all’ultimo istante, lo sguardo di Paolo rimase fisso su Gianluca, intenso e innamorato. La sua figura svanì in una scia di luce calda, lasciando solo il profumo inconfondibile di lavanda e cedro, sospeso nell’aria. Gianluca rimase immobile, con il cuore spezzato. Ma dentro di sé sapeva che quell’unione — breve, bruciante, impossibile — lo aveva cambiato per sempre.
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