Capitolo 5 – Confessioni nella Notte

630 Parole
La notte calò sul Palazzo Vertense come un mantello di velluto nero, avvolgendo ogni cosa in un silenzio irreale. Gianluca si era ritirato nella sua piccola camera, una stanza dai muri spessi, il soffitto a travi e un’unica finestra incorniciata da tende scolorite. Sul tavolo, il suo taccuino era aperto, ricolmo di schizzi e annotazioni che ormai parlavano più di emozioni che di restauro: lì aveva registrato le apparizioni, i profumi, le parole sussurrate. Ma quella notte — lo sapeva — non avrebbe avuto bisogno di scrivere. Perché Paolo era già lì. La sua figura prese corpo nell’ombra accanto alla finestra, illuminata solo dal chiarore filtrato della luna. Non entrò come una presenze improvvisa: apparve lentamente, come se la stanza stessa lo generasse, concedendo a Gianluca il tempo di assorbire il miracolo di quella presenza. Il fantasma non sembrava uno spettro, ma un uomo vivo, bellissimo e colmo di quella malinconia che seduce più della gioia. — «Non riesci a dormire» disse Paolo, con voce bassa e calda, «perché pensi a me.» Gianluca deglutì. Non poté negarlo. Non stava provando paura, ma una tensione irrefrenabile. — «Perché io? Perché mostri solo a me la tua presenza?» Paolo si avvicinò, la sua figura imponente a pochi passi dal letto. «Perché tu ascolti… perché in te ho ritrovato il riflesso di chi sono stato.» Ci fu un silenzio denso, interrotto solo dal battito accelerato del cuore di Gianluca. Poi Paolo si sedette sul bordo del letto, piegando appena il tessuto del copriletto — e Gianluca rabbrividì, perché ciò significava che quell’essere sospeso tra i mondi aveva ancora un legame con la materia, con la carne. I suoi occhi scuri, profondi, si posarono dritti nei suoi. — «Amavo un uomo,» iniziò a dire Paolo, la voce intrisa di malinconia. «Un amore così ardente da consumare il cuore. Ma era un amore proibito, nascosto negli angoli di questo palazzo. Nei miei tempi… poteva soltanto essere un segreto. Notti rubate, promesse soffocate.» Si fermò un momento, come se un’onda di ricordi lo avesse travolto. Le sue mani, eleganti, strinsero il bordo del letto. — «Non ci fu mai un “domani” per noi. Lui mi tradì e io rimasi solo con il desiderio che bruciava come brace sotto la pelle. Morii con quell’ardore non spento. E ora...» Si chinò verso di lui, così vicino che Gianluca poté percepire il tepore del suo respiro. «Ora ho ancora sete. Sete d’amore. Sete di contatto.» Un fremito attraversò l’architetto. Il corpo gli reagiva come se fosse stretto nella presenza concreta di un uomo vivo: il respiro accelerò, la pelle gli si fece sensibile, la bocca secca. — «E io… che c’entro?» domandò in un sussurro. Gli occhi di Paolo brillarono di una luce febbrile. «Tu sei colui che ha risvegliato la mia memoria. Sei la carne che può accogliere ciò che il tempo mi ha negato.» La tensione tra loro si fece palpabile. Paolo sollevò la mano e con gesto delicato sfiorò le dita di Gianluca. Non un passaggio gelido, ma un calore sconvolgente, come fuoco liquido che scorreva attraverso la pelle. In quell’attimo, il fantasma non era più un fantasma: era un uomo che reclamava ciò che gli era stato negato. E Gianluca non riusciva più a limitarsi a osservare; ogni fibra del suo corpo gli urlava di cedere a quella attrazione impossibile. La fiamma appena accesa, però, venne interrotta: Paolo si ritrasse lentamente, gli occhi offuscati da un’ombra di dolore. — «Presto ti mostrerò ciò che mi fu tolto» disse, con voce bassa e intensa. «E allora capirai.» Poi, come soffiato via dal vento, svanì. Gianluca rimase sveglio tutta la notte, la pelle ancora percorsa da scosse sottili, il cuore prigioniero di una rivelazione: non desiderava solo scoprire i segreti del palazzo. Ora desiderava lui.
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