Capitolo 2 – Il Ritratto

537 Parole
Il giorno seguente, una luce lattiginosa filtrava attraverso le nuvole basse, avvolgendo il Palazzo Vertense in un’aura quasi irreale. Gianluca entrò nel grande salone centrale, lo spazio più imponente dell’edificio, pronto a fare il rilievo architettonico della stanza. Le pareti ampie erano rivestite da pannelli di legno intagliato, scuriti dal tempo, su cui erano sospesi ritratti di antenati e figure dimenticate. Il soffitto a cassettoni si perdeva nell’ombra, arricchito da decorazioni dorate ormai opache, mentre due grandi finestre verticali, ornate da vetri piombati e colorati, lasciavano entrare una luce dorata, spezzata da lente particelle di polvere. Il pavimento in marmo, screpolato in più punti, rifletteva i bagliori del mattino come un antico specchio stanco. Sul lato opposto, tra due colonne corinzie, troneggiava un quadro più grande degli altri, avvolto in una cornice barocca. Gianluca non poté far a meno di avvicinarsi. L’uomo ritratto era giovane, con lineamenti perfetti: la pelle chiara, la mascella decisa, le labbra sottili ma sensuali e un paio di occhi scuri capaci di attraversare la tela fino a raggiungere chi li guardava. Indossava un elegante completo ottocentesco, un gilet color porpora e una cravatta di seta nera, fermata da una spilla d’argento. C’era qualcosa nello sguardo di quell’uomo – una malinconia profonda mescolata a un’accoglienza silenziosa – che fece vibrare qualcosa nello stomaco di Gianluca. La voce lieve di Teresa, la custode del palazzo, lo distolse dai suoi pensieri. La donna, sui settant’anni, minuta ma con occhi vivaci, aveva osservato la scena in silenzio. «È lui che la guarda così, sa...» disse con un filo di voce, avvicinandosi. «Paolo di Vertense. Morto giovane, nel 1892. Un destino crudele.» Gianluca le rivolse uno sguardo interrogativo. «Cosa gli è successo?» Teresa tentennò, come se non volesse dire troppo. «Alcuni parlano di malattia improvvisa, altri... di cattiverie di famiglia. Ma quello che si sa per certo è che aveva il cuore impegnato in un amore che non poteva dichiarare. Era un uomo... diverso dagli altri.» La parola rimase sospesa, carica di sottintesi. Gianluca provò un brivido, non di paura, ma di un’intuizione che non riusciva a definire. Quella sera, dopo una lunga giornata di lavoro tra misure, schizzi e annotazioni, decise di salire nella piccola camera che gli era stata assegnata nel palazzo. Le ombre si allungavano nei corridoi e il vento faceva vibrare i vetri. Si addormentò con quell’immagine negli occhi: il volto elegante di Paolo, lo sguardo penetrante. E fu così che, nel sogno, lo incontrò. Non come un’ombra indistinta, ma vivo, pulsante, vestito con gli stessi abiti del ritratto. Era in piedi davanti a una porta di legno scuro, una serratura antica. «Seguimi» sussurrò, la voce calda e ipnotica. Dietro quella porta c’era una penombra avvolgente, come il cuore stesso del palazzo. «Cosa c’è lì?» chiese Gianluca, ma Paolo non rispose; si limitò a sfiorargli la mano con un tocco che sembrava di carne e sangue. Poi la porta si chiuse di colpo, e lui si svegliò di soprassalto, il respiro accelerato, la pelle d’oca sulle braccia. Il mattino successivo, passando nel salone, il ritratto di Paolo gli sembrò... diverso. Quel volto aveva ora un’ombra di sorriso, come se tra loro fosse già iniziato un dialogo segreto, invisibile a tutti.
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