PROLOGO – La Reliquia delle Nebbie
Il vento ululava come un'anima dannata, frustando le scogliere con il suo fiato carico di salsedine e ruggine. John si tirò il cappuccio fin sopra le sopracciglia, avanzando a fatica lungo la spiaggia desolata. Le onde, grigie e spumeggianti, si sfasciavano contro le rocce viscide di alghe, mentre la coltre di nebbia incombente sembrava volergli rubare il respiro.
Quella era la Baia del Corvo. Un nome che gli anziani del villaggio pronunciavano a denti stretti, un luogo maledetto dove le bussole impazzivano e le storie di navi fantasma non erano solo favole per spaventare i bambini. Ma John, uomo di poche superstizioni, cercava solo qualcosa di valore da strappare alla morsa del mare: metallo, legname, qualsiasi relitto del passato potesse trasformarsi in moneta sonante.
Poi, attraverso il velo grigio, la vide.
Emergere come un'apparizione, un gigante di legno e disperazione. Il relitto era uno spettacolo di morte e grandeur. Le sue vele, lacere fantasmi di tela, si gonfiavano in un vento che non c'era, e l'albero maestro si spezzava contro il cielo come un'anima dannata. Sul fianco annerito dall'acqua e dal tempo, scorgeva a fatica il nome che un destino beffardo aveva risparmiato:
“Leviathan’s Bride” – La Sposa del Leviatano.
Un brivido primordiale, che non aveva nulla a che fare con il freddo, gli serpeggiò lungo la spina dorsale. Ogni fibra del suo essere gli urlava di fuggire, eppure una forza oscura, più forte della ragione, lo spingeva avanti. L'aria era diventata gelida, densa, e l'acqua lungo la riva sembrava ritirarsi in un silenzio innaturale, trattenendo il fiato.
Salì a bordo. Le assi gemettero sotto il suo peso, un lamento che parve riecheggiare nelle profondità dello scafo. L'interno era un dedalo di ombre e ricordi marci: corde come viscere recise, casse sventrate, metalli corrosi. E poi, in fondo alla stiva, dietro una porta che sembrava essersi tenuta in piedi per pura ostinazione, trovò l'oggetto del suo destino.
Un cofanetto di ebano, scolpito con rune oscure e fregi d'oro che sembravano pulsare alla luce morente. Era sigillato da una cera nera, e sulla sua superficie era inciso a fuoco un simbolo blasfemo: un occhio senza palpebra, avvinto da tentacoli serpentini.
Con dita tremanti, John lo aprì.
All'interno, un amuleto d'argento pendeva da una catena spezzata. Era più freddo del ghiaccio più profondo, eppure tra le sue mani palpitava con un ritmo lento e regolare, come un cuore che non batteva da secoli. Lo sollevò, e nel farlo, la Leviathan’s Bride parve risvegliarsi in un gemito di legno e ferro.
Le corde si tesero all'improvviso, le assi si contorsero sotto i suoi piedi, e un sussurro gelido, carico di un'antica follia, gli accarezzò il collo.
«Finalmente...»
La voce era un'abrasione sulla realtà, un suono che non apparteneva a nulla di umano. Proveniva dalle tenebre più fitte della stiva, da un'oscurità che nemmeno la luce avrebbe potuto scacciare.
John indietreggiò, il cuore in gola, ma ormai la nebbia aveva cucito le sue labbra di umidità e paura. Il mare era diventato una lastra piatta e silenziosa, un cimitero liquido.
E da quel silenzio, una figura si materializzò.
Avvolta in un mantello logoro e grondante sale, con capelli neri come la pece e occhi che erano solo buchi di luce spenta in un volto scavato. Un sorriso di pura malvagità gli increspava le labbra.
«Hai osato chiamarmi, ragazzo.»
John tentò di gridare, di pregare, ma non emise che un rantolo soffocato.
Il vento esplose in una furia improvvisa, e il galeone intero si sollevò con un ruggito di legno strappato, come un mostro che si ridestasse dopo un sonno millenario.
Il pirata gli fu davanti in un attimo, la catena dell'amuleto che penzolava, fredda e mortale, tra le sue dita scheletriche.
«Il mio nome,» sibilò, e il suo alito era il profumo delle profondità abissali, «è Marvin Drake.»
E in quel momento, non fu solo il vento a urlare. Fu l'intero oceano a unirsi al suo grido di ritorno.