Il nuovo giorno si era svegliato malconcio, il cielo grigio e pesante come una lastra di pietra tombale. All’interno della bottega, l’aria era immobile, satura di polvere di legno e di un’inquietudine che si era insediata tra gli attrezzi, tra le marionette, tra le stesse pareti. Giuseppe aveva passato la mattina a raccogliere le bambole cadute durante la notte, ma ogni volta che ne sollevava una, gli sembrava che le loro teste dipinte lo seguissero con sguardi carichi di un muto rimprovero.
Giulio era rimasto in disparte, seduto sul bordo del banco da lavoro. La sua silhouette contro la luce fioca della finestra era insieme fragile e monumentale.
«Non hai chiuso occhio,» osservò Giuseppe, la voce velata di preoccupazione.
«Il sonno è un lusso per chi ha un corpo vero,» sussurrò Giulio. «Io… sento solo un torpore, e quando scende, l’Altro si muove più libero dentro di me.»
Giuseppe si irrigidì, un cesello che stava affilando sospeso a mezz’aria. «L’hai sentito di nuovo?»
«Non sempre parla. A volte è solo una pressione, qui.» Una mano di legno si posò sul proprio petto. «Come un artiglio che cerca di afferrarmi dall’interno. Altre volte… sono io che mi sento un burattino, e i miei fili sono nelle sue mani.»
Giuseppe attraversò la stanza in due passi, il grembiule macchiato di vernice e sudore. «Niente e nessuno ti strapperà di nuovo a me.»
«Non puoi combattere ogni ombra, Giuseppe.» Gli occhi di vetro di Giulio luccicarono, umidi di un’emozione impossibile. «E se quest’ombra… fosse parte della mia stessa anima? Se il male che sento fossi io?»
«No.» La negazione di Giuseppe fu un colpo secco, definitivo. Le sue mani, calde e vive, cinsero il volto scolpito di Giulio. «Quello che è in te è dolore, non oscurità. È il dolore di essere stato strappato via. È il mio stesso dolore.»
Giulio chiuse gli occhi, e per un attimo, un respiro profondo e regolare sembrò sollevare il suo petto. Ma fu allora che un suono secco, come un ramo spezzato dal gelo, squarciò la quiete.
Crack.
Una linea sottile, una ferita nel legno, era comparsa sul suo avambraccio sinistro.
Giuseppe impallidì. «Come… quando è successo?»
«Non lo so,» mormorò Giulio, osservando la crepa con un orrore silenzioso. «Forse ieri notte, quando ha tentato di trascinarmi via. Forse… si sta aprendo da sola.»
Le dita di Giuseppe sfiorarono la fessura. Il legno era gelido, come toccare la pietra di una cripta. «La riparerò.»
«E se non fosse solo una crepa?» la voce di Giulio era un filo di terrore. «E se fosse… un varco?»
Un brivido di gelo percorse la schiena di Giuseppe. «Un varco?»
«La Voce dice che il mio cuore è diviso. Che appartengo a due regni. E che il legno… è solo una barriera sottile. Una barriera che si sta incrinando.»
Giuseppe si guardò intorno, la pelle d’oca. «Basta con questo parlare di debiti e regni. Tu sei qui. Sei con me.»
«Non sono intero, Giuseppe.» La voce di Giulio si spezzò in un singhiozzo di legno. «Sono una metà.»
Giuseppe afferrò la sua mano, stringendo forte quelle dita intagliate. «Allora ti porterò dall’altra metà.»
Gli occhi di vetro si spalancarono. «Cosa intendi fare?»
«Intendo completarti.» La determinazione di Giuseppe era un fuoco improvviso nei suoi occhi stanchi. «Ti troverò l’anima che ti manca. Userò ogni rituale, ogni legame, ogni fibra del mio essere per renderti intero. Senza perderti.»
«È una follia,» sussurrò Giulio, tremando. «Potresti non ritrovare più l’uomo che sono stato. Potrei non essere più io.»
Giuseppe gli sorrise, un sorriso che gli illuminò il volto scavato dalla fatica. «Ti riconoscerei anche se fossi solo un’eco nell’oscurità. Se fossi un ricordo inciso nel vento.»
Una mano di legno, tremante, si alzò a sfiorare la sua guancia. «Non valgo un simile rischio.»
«Per me,» sussurrò Giuseppe, chinandosi fino a sfiorare con la fronte quella di Giulio, «vali tutto.»
Un silenzio tenero e profondo scese su di loro, così intenso da sembrare tangibile. Fino a quando un gelo improvviso, un alito di tomba, non spazzò la stanza, spegnendo la fiamma della lampada a olio.
Oscurità.
E nell’oscurità, la Voce, più vicina che mai:
«Allora vieni. Reclama ciò che è tuo, se ne hai la forza.»
Giulio si aggrappò al braccio di Giuseppe, un gesto disperato.
Ma Giuseppe non esitò. Lo strinse a sé, sentendo il legno freddo contro il proprio petto.
«Andrò,» dichiarò, la voce ferma nonostante il cuore gli martellasse nel petto. «Dovunque tu sia, ti riporterò a casa. Per sempre.»
E nella penombra, la crepa sul braccio di Giulio brillò di una luce spettrale, pallida e invitante.
Come se, dall’altra parte, qualcosa stesse davvero aspettando.
E la porta, ormai, fosse già socchiusa.