CAPITOLO 8 – L'Abisso Risponde

819 Parole
John rinvenne sulla riva, il corpo un unico livido, la bocca piena di sabbia e sale. Ogni respiro era un fischio, come se i suoi polmoni si rifiutassero di dimenticare l'acqua. Marvin era accanto a lui, immobile, la schiena contro una roccia, lo sguardo fisso su un orizzonte che solo lui poteva vedere. La luna, piena e spietata, li illuminava con una luce che sembrava voler scarnificare le anime. L'oceano era una lastra piatta, innaturale, come un gigante che trattiene il fiato. «Quanto...» la voce di John si ruppe in un colpo di tosse. «Quanto siamo stati via?» «Sette giorni,» la risposta di Marvin giunse, piatta e consumata. «Sette giorni in cui il tuo cuore batteva con le maree. Temevo che la prossima bassa marea ti avrebbe portato via per sempre.» John si tastò il petto. L'amuleto era scomparso. Al suo posto, proprio sopra il cuore, la pelle era segnata da un intrico di tessuto cicatriziale che sembrava madreperla. E pulsava. Una luce tenue, blu-notte, che si accendeva e spegneva con il ritmo lento e possente delle profondità. «Dov'è?» chiese, già conoscendo la risposta. «Dove doveva sempre essere,» disse Marvin, voltandosi finalmente a guardarlo. I suoi occhi erano pozzi di stanchezza millenaria. «Ti sta assimilando, John. Non è più un oggetto che possiedi. È un potere che ti possiede.» John si alzò in piedi, barcollando. Il mondo aveva una risonanza diversa. Sentiva il peso dell'aria, il brulichio della vita nel mare, il vasto, oscuro respiro dell'abisso sotto di lui. Guardò le sue mani e, per un attimo, la pelle divenne traslucida, rivelando un reticolo di vene che brillavano di un blu elettrico. «Mi sta cambiando le ossa,» mormorò, più a sé stesso che a Marvin. «Ti sta dando quelle del mare,» corresse il pirata. «L'Abisso non reclama solo le anime. Reclama la carne.» … I giorni che seguirono furono un lento, inesorabile stravolgimento. Le pozze d'acqua sulla spiaggia si increspavano al suo passaggio. La pioggia lo evitava, curvandosi per non bagnarlo, come per riverenza. Quando chiudeva gli occhi, non vedeva il buio, ma le immense distese sottomesse: Boschi di alghe che si muovevano insieme, montagne coperte dall'acqua con creature che erano là prima del sole, e il suono continuo, affascinante, di tanti animali che vivono sott'acqua. Vieni a casa, Fratello del Profondo. Il tuo trono ti attende nell'oscurità. Il tuo vero corpo è qui, con noi. Marvin era la sua ancora, un punto fisso di rabbia e preoccupazione. Cercava di tenerlo a riva, di ricordargli il sapore del pane, il calore del sole, il nome che portava. «Stai lottando contro la tua stessa natura, ora,» gli disse una sera, mentre il vento portava il profumo di una tempesta lontana. «È una battaglia che non puoi vincere.» «Devo provarci!» l'urlo di John si perse nel rombo delle onde. «Non voglio dimenticare chi sono!» «Chi sei?» lo sfidò Marvin, i suoi occhi che brillavano nella penombra. «Sei l'uomo che ha aperto un forziere, o il custode che è nato da quel gesto?» John lo guardò, la disperazione che gli gelava le parole in gola. «E tu? Hai scelto tu, allora?» Una fitta di dolore attraversò il volto di Marvin. «Ho scelto il potere. E il potere, si scopre, è una prigione molto più efficace di qualsiasi catena di ferro.» Il mare davanti a loro iniziò a ribollire. L'acqua si tinse di un nero violaceo, e dalle sue profondità salì un ruggito che non era un suono, ma una pressione sull'anima, un ordine primordiale. RITORNA. La cicatrice sul petto di John esplose in un bagliore accecante. Un dolore lacerante, come se qualcosa dentro di lui stesse rompendo le sue vecchie forme per farne emergere di nuove, lo fece piegare in due. «Sta chiamando,» gemette, le dita che artigliavano la sabbia. Marvin lo afferrò, tirandolo a sé. «Resisti!» gli ordinò, ma la sua voce era piena di una disperazione che tradì le sue parole. «John, ascolta la mia voce, non la sua!» «È troppo tardi,» sussurrò John, alzando lo sguardo. I suoi occhi non erano più umani. Erano vortici di luce bioluminescente, specchi delle profondità infinite. «Non sta chiamando il Cuore. Sta chiamando me.» L'oceano si sollevò in un muro d'acqua, un'immane onda nera che si curvò sopra di loro, pronta a riprendersi ciò che le apparteneva. Marvin non indietreggiò. Si gettò su John, avvolgendolo in un abbraccio che era una sfida all'intero abisso. «Allora affonderemo insieme!» urlò contro il fragore, la sua voce un fragile umano dispetto al potere dell'oceano. «Non ti lascerò! Non di nuovo!» L'onda si abbatté. L'oscurità li inghiottì. E nelle profondità silenziose che seguirono, due forme scivolarono verso il fondo, avvolte in un unico, disperato abbraccio. Un uomo che diventava leggenda, e una leggenda che, forse, stava finalmente imparando a essere un uomo. E il Cuore del Mare, ora vivo in un petto mortale, batteva il ritmo di un nuovo inizio, nelle viscere più oscure del mondo.
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