Capitolo 1 - La Soglia di Atlantide
L’alito del mare era gelido, carico della promessa di una tempesta. Dall’acqua, una nebbia spessa e innaturale si arrotolava sulla costa, lambendo la barriera invisibile che proteggeva l’ultimo segreto del mondo: Atlantide. Oltre quella soglia, c’era solo la morte. E Darius en Kragin ne era il sommo sacerdote.
Si ergeva sulla scogliera, una statua di carne e furore contro un cielo in tumulto. Il vento gli mordeva i capelli corvini e gonfiava il mantello come un’ala spezzata. I suoi occhi, due rubini infuocati, scrutavano l’orizzonte, leggendo le correnti d’energia che pochi potevano percepire. Da tre secoli, la sua esistenza era un monolite di dovere e solitudine. La spada forgiata nel cuore di vulcani spenti pesava al suo fianco, un promemoria della sua missione: custodire, giudicare, eliminare.
E un’anima stava per essere reclamata.
Un’increspatura nel tessuto magico del confine, un’impronta umana troppo audace. Un altro folle in cerca di gloria, pronto a diventare un ammonimento. Con un ringhio soffocato, Darius si lanciò giù dalla rupe, agile nonostante la mole imponente. Le sue mani artigliate cercavano istintivamente l’elsa dell’arma, pronte a dispensare l’oblio.
Attraverso il velo di nebbia, la figura dell’intruso emerse. Ma non era un soldato o un avventuriero sperduto.
Era un visionario.
Alto, snello, con capelli del colore della luce che filtra attraverso le alghe e occhi che avevano rubato il blu degli abissi più profondi. Non chinò il capo. Non fuggì. Restò lì, piantato come un albero, e il suo sguardo non fu di terrore, ma di sfida. Una sfida che colpì Darius al petto con la forza di un dardo.
«Non ti temo, custode», dichiarò l’uomo, la voce ferma, un contrappunto melodioso al rombo del tuono.
Le fauci di Darius si serrarono. «Allora sei un pazzo. Il tuo destino è scritto da secoli.»
«Alcuni destini meritano di essere riscritti», ribatté l’uomo, facendo un passo avanti. E fu allora che Darius lo vide. Appeso al suo collo, un medaglione antico pulsava di una luce tenue, familiare. Troppo familiare. Un pugnale di memoria gli trafisse la mente: un altro volto, un altro sguardo ardente, un secolo prima. Lo stesso cimelio. La stessa maledizione.
Il mondo di Darius, fatto di regole granitiche, vacillò.
«Quel medaglione...», mormorò, la sua voce un tuono ormai lontano. La mano sulla spada si rilassò di un millimetro.
«Mi chiamo George Carlyle», disse l’uomo, e le sue labbra si incurvarono in un sorriso che non era di trionfo, ma di un’intesa pericolosa. «E non me ne andrò finché le acque di Atlantide non avranno dissetato la mia sete di verità.»
Il tuono scosse il cielo, ma per Darius fu un suono ovattato, soffocato dal ruggito improvviso del proprio sangue. Vide non un nemico in quel volto, ma un enigma. Vide non una minaccia, ma una chiave. Per la prima volta in trecento anni, il Guardiano delle Porte non sapeva più se volesse scacciare quell’uomo o proteggerlo. E in quel silenzio carico di tempesta, il suo dovere, una volta stella polare fissa, cominciò a frantumarsi.