Prologo – L’Oscura Chimera
L’aria di Roma era un velluto umido, carico dell’odore di pioggia sulle pietre antiche e di un’inquietudine che si insinuava sotto i portoni. Mattia vi si muoveva dentro come un’ombra consueta, la sua borsa di tela—piena di tubetti di colore come viscere disseccate—un peso familiare al suo fianco. Era un artista la cui fama era macchiata di un sussurro persistente: che i suoi ritratti non si limitassero a catturare le sembianze, ma ne rubassero il respiro più segreto, imprigionandolo sulla tela.
Poi, lo vide.
In un angolo della galleria, avvolto dalla penombra come un’offerta, c’era un giovane. Pasquale. Il suo corpo era una linea di pura armonia, ma erano gli occhi—due pozze di un’oscurità liquida e intelligente—a fermare il cuore di Mattia in gola. Le sue labbra, appena dischiuse, sembravano pronte a sussurrare verità proibite.
Non fu un semplice apprezzamento estetico. Fu un’attrazione viscerale, un richiamo che gli pulsò nelle vene come un veleno dolcissimo. Ogni passo che Mattia muoveva verso di lui era dettato da una forza primordiale, il lento, inesorabile avvicinarsi della falce alla gola del fiore. Pasquale, ignaro, era la bellezza inconsapevole sul punto di essere trafitta dallo sguardo del cacciatore.
Il cuore di Mattia batteva un ritmo tribale, un tamburo di guerra e di desiderio. Sapere che avrebbe posato le sue mani su quella pelle, non per amore, ma per tramutarla in arte, era un’estasi blasfema. Dipingerlo non sarebbe stato un atto di creazione, ma di possesso. Un incantesimo per fondere la luce effimera del giovane con l’oscurità eterna che albergava in lui.
E in quella notte romana, pregna di promesse e minacce, Mattia capì che la sua tela avrebbe bevuto non solo i colori, ma l’anima stessa di Pasquale. E che, forse, era proprio questo il più sublime dei desideri.