CAPITOLO 5 – L'Abisso Invoca

889 Words
Un silenzio tombale gravava sulle rovine, un silenzio così profondo da avere un suono proprio: il ronzio di un'energia antica e addormentata. Davanti a loro, incastonato in una faglia abissale, sorgeva il Tempio del Leviatano. Non era costruito; era cresciuto dal fondo marino, una cattedrale di ossa di balena, corallo nero e pietra luminescente. Il grande portale, intarsiato di conchiglie fosforescenti e perle nere, pulsava con una luce malata. «Qui è sepolto il patto che mi lega,» la voce di Marvin era un'eco smorzato, privata della sua solita arroganza. «Il mio cuore non batte nel mio petto, ma è imprigionato lì dentro, nell'altare più oscuro.» John vide la tensione irrigidire le spalle del pirata. Marvin non varcò la soglia; ne rimase fuori, come un cane tenuto al guinzaglio da una forza invisibile. «Non puoi entrare?» «Il tempio riconosce la sua proprietà,» spiegò Marvin, amaro. «Respinge il tocco del maledetto. Se provassi a forzarlo, le stesse acque che mi obbediscono mi strapperebbero via l'anima.» John guardò l'ingresso oscuro. Da esso proveniva un battito. Non un suono, ma una vibrazione che risuonava nelle sue ossa, un richiamo ipnotico che faceva gemere l'amuleto in una sinfonia di dolore e desiderio. «Cosa devo fare?» «Trova il nucleo del patto. Il sigillo che mi lega all'Abisso. Forse... forse puoi spezzarlo.» «E se non ci riuscissi?» «Allora,» Marvin lo guardò, e per la prima volta John vide qualcosa di simile alla paura nei suoi occhi, «potresti prendere il mio posto.» Senza un'altra parola, John attraversò il portale. L'aria—l'acqua—cambiò istantaneamente. Divenne più pesante, più vecchia. Le pareti erano scolpite con bassorilievi di mostri marini e naufragi, e le statue di divinità dimenticate seguivano i suoi movimenti con occhi di pietra che sembravano vivi. Al centro della sala circolare, sospeso in un pilastro di luce liquida, galleggiava il Cuore del Patto. Non era un cristallo, ma un organo pulsante di energia pura, una ragnatela di luce viola e nera che si contorceva attorno a un vuoto centrale. Avvicinati, sussurrò una coscienza che non era una voce. Era il tempio stesso. Tocca la verità. Le sue dita si protesero, tremanti. Nel momento in cui sfiorò l'energia pulsante, il tempio esplose in un turbine di memoria. Un uomo giovane e fiero, Marvin, su una nave che non era ancora un relitto. La disperazione negli occhi mentre una tempesta impossibile li ingoiava. Una preghiera—no, un patto—urlata nel vento. Una presenza immensa che si risvegliava nelle profondità, accettando l'offerta: una vita eterna al servizio dell'Abisso, in cambio del potere di salvare il suo equipaggio. E poi, il tradimento finale: il mare che prendeva le anime che aveva promesso di salvare, e Marvin, solo e maledetto, condannato a governare su un regno di morti. La visione si spezzò. John ansimava, la verità bruciante come acido nelle sue vene. Il Cuore pulsava davanti a lui, ora sincronizzato con il suo battito cardiaco. L'amuleto era una brace bianca sul suo petto. Scegli, ruggì la coscienza del tempio. Spezza la catena... o indossala. La scelta era chiara. Poteva tentare di distruggere il sigillo, liberando Marvin ma forse condannandolo all'oblio. O poteva afferrarlo, fondersi con esso, e condividere il fardello della maledizione, legandosi a Marvin in un modo che non avrebbe più potuto essere sciolto. «JOHN! FERMATI!» La voce di Marvin, pura e disperata, irruppe dal di fuori del tempio, un grido d'allarme che trafigge l'acqua stagnante. Era troppo tardi. John chiuse le dita attorno al nucleo pulsante. Il mondo divenne bianco. Un'onda d'urto di puro potere lo scagliò all'indietro. Sentì le sue costole creparsi e rimarginarsi all'istante. Sentì l'oceano urlare attraverso di lui. Quando la luce si dissolse, giaceva sul pavimento di pietra, il sigillo del patto non era più sospeso nell'aria, ma bruciava, ridotto a un piccolo globo di luce nera, nel palmo della sua mano. Pochi istanti dopo, Marvin irruppe nel tempio. La barriera era caduta. Lo vide, corse verso di lui e lo sollevò tra le braccia, le dita che gli carezzavano il viso con un'urgenza selvaggia. «Sciocco, amato sciocco,» mormorò, la voce rotta da un'emozione che non aveva nome. «Cosa hai fatto?» John aprì gli occhi. Erano dello stesso argento liquido e tempestoso di quelli di Marvin. «Ti ho liberato,» sussurrò John, un filo di sangue che gli usciva dall'angolo della bocca. «O forse... mi sono solo legato a te più strettamente.» Marvin lo strinse a sé, guardando il sigillo che ora pulsava nella mano di John. Non era stato spezzato. Era stato trasferito. Un rombo, più profondo di qualsiasi terremoto, scosse le fondamenta del tempio. Dalle tenebre al di là delle mura, qualcosa si mosse. Era vasto oltre ogni comprensione, un'ombra che inghiottiva la luce stessa. Le acque iniziarono a ribollire, non più obbedienti, ma furiose. «Il Leviatano,» sussurrò Marvin, il suo corpo che si tendeva come quello di un predatore che affronta un rivale più grande. Il terrore nei suoi occhi era reale, ma sotto di esso c'era una feroce, protettiva rabbia. «Si è svegliato. E sa che il suo schiavo non gli appartiene più... ma che la sua proprietà è stata violata.» Il mare urlò la sua furia, e Marvin Drake, tenendo John stretto a sé, affrontò per la prima volta in secoli la vera fonte della sua maledizione, non più come un servitore, ma come un rivale.
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