Michele si svegliò sul pavimento del laboratorio con un sapore metallico in bocca e la sensazione che qualcuno avesse riempito la sua testa di ovatta. La luce filtrava dalle finestre con un'angolazione che non riusciva a identificare - troppo alta per essere mattino, troppo dorata per essere sera.
Faticosamente si alzò, massaggiandosi la nuca dolorante. L'orologio d'argento di Roberto era sul suo bancone, completamente smontato, gli ingranaggi disposti con precisione chirurgica su un panno di velluto nero. Ma non ricordava di averlo toccato.
L'ultima cosa che ricordava era di essersi seduto al banco la sera prima, dopo la visita di Roberto, con l'intenzione di studiare il meccanismo. Poi... il vuoto. Ore cancellate dalla sua memoria come se qualcuno avesse strappato le pagine da un libro.
Controllò l'orologio da parete: le quattro del pomeriggio. Aveva perso quasi diciotto ore.
"Cristo," mormorò, tastando le proprie mani. Aveva sotto le unghie tracce di quel metallo argenteo degli ingranaggi, e i polpastrelli gli formicolavano come se fossero stati attraversati da una corrente elettrica per ore.
Il campanello suonò, facendolo trasalire. Roberto entrò con la solita grazia felina, ma questa volta portava con sé una bottiglia di vino rosso e due bicchieri.
"Signor Santini," lo salutò, notando subito il suo stato confuso. "Tutto bene? Ha l'aria di chi ha trascorso una notte... intensa."
"Non ricordo di aver lavorato sull'orologio," disse Michele, indicando i pezzi smontati. "L'ultima cosa che ricordo è di essermi seduto qui ieri sera, e ora è pomeriggio e l'orologio è completamente smontato."
Roberto posò la bottiglia sul bancone, i suoi occhi blu che brillavano di un interesse inquietante. "Ah. Sta iniziando."
"Cosa sta iniziando?"
"Il processo di... sincronizzazione. Lei si sta adattando al ritmo degli orologi. È normale perdere traccia del tempo all'inizio." Roberto aprì la bottiglia con movimenti fluidi. "Ho pensato che un bicchiere di vino potesse aiutarla a rilassarsi mentre finisce il lavoro."
Michele lo guardò versare il vino rosso scuro nei bicchieri. "Sincronizzazione con cosa? E come fa a sapere che perderò traccia del tempo?"
Roberto gli porse un bicchiere, le loro dita che si sfiorarono nel passaggio. Ancora quella scossa elettrica, ma questa volta Michele non si ritrasse. "Perché è già successo prima. A mio nonno, al padre di mio nonno, e a tutti gli orologiai che hanno lavorato sui nostri... pezzi di famiglia."
"Cosa succede esattamente?" Michele bevve un sorso di vino, sentendo il liquido caldo scorrergli in gola. Aveva un sapore intenso, quasi speziato, che gli ricordava qualcosa di antico e proibito.
Roberto si sedette sulla sedia di fronte al banco, incrociando le gambe con eleganza. Oggi indossava una camicia bianca leggermente sbottonata che rivelava un accenno del suo collo e del petto. "Gli orologi della mia famiglia esistono da molto tempo, signor Santini. Molto più di quanto dovrebbero. E hanno sviluppato una certa... indipendenza dal tempo normale."
"Sta parlando per enigmi."
Roberto sorrise, quel sorriso pericoloso che faceva accelerare il cuore di Michele. "Le parlerò chiaramente allora. Quegli orologi non misurano il tempo. Lo manipolano. E lei, con il suo talento naturale, sta diventando un condotto per quel potere."
Michele sentì un brivido percorrergli la schiena. "È impossibile."
"Guardi gli altri orologi del suo laboratorio."
Michele si voltò. Tutti gli orologi segnavano ancora orari diversi, ma questa volta le differenze erano più estreme. Alcuni andavano avanti di ore, altri indietro. Il grande pendolo nell'angolo si era fermato completamente, mentre la piccola sveglia sul ripiano superiore girava così veloce che le lancette erano solo una sfuocatura.
"Come...?"
"La sua energia si sta mescolando con quella degli orologi," spiegò Roberto, alzandosi e avvicinandosi. "È un processo... intimo. Richiede una connessione profonda tra l'orologiaio e il meccanismo."
Michele sentì il calore del corpo di Roberto alle sue spalle. Il profumo di sandalo era più intenso ora, mescolato con qualcosa di più carnale, più umano.
"Finisca di riparare l'orologio," sussurrò Roberto all'orecchio di Michele. "Senta come le sue mani sanno esattamente cosa fare, anche se la sua mente non ricorda."
Con le mani tremule, Michele iniziò a rimontare l'orologio d'argento. Roberto aveva ragione: le sue dita si muovevano con sicurezza, sapendo istintivamente dove posizionare ogni ingranaggio, ogni vite. Era come se qualcun altro stesse guidando i suoi movimenti.
"Bene," mormorò Roberto, le sue mani che si posarono delicatamente sulle spalle di Michele. "Sente come gli ingranaggi rispondono al suo tocco?"
Michele annuì, incapace di parlare. Il contatto delle mani di Roberto lo stava bruciando attraverso la camicia, e ogni pezzo di metallo che toccava sembrava pulsare di vita propria.
"È bellissimo vederla lavorare," continuò Roberto, la sua voce ora un sussurro caldo contro l'orecchio di Michele. "Ha una grazia naturale con i meccanismi temporali. È un dono raro."
"Signor Caravelli..." Michele riuscì a dire, la voce roca.
"Roberto," lo corresse lui, le mani che iniziarono a massaggiare delicatamente le spalle tese di Michele. "Credo che ormai possiamo darci del nome, non trova?"
Michele chiuse l'ultimo coperchio dell'orologio. Le lancette iniziarono a muoversi normalmente, segnando l'ora corretta. Ma nel momento in cui il meccanismo si rimise in moto, Michele sentì qualcosa cambiare nell'aria intorno a loro.
Il tempo sembrò addensarsi, diventare più viscoso. I suoni dal mondo esterno si attutirono fino a diventare un sussurro lontano.
"Roberto," disse Michele, voltandosi lentamente nella sedia. Il viso dell'uomo era a pochi centimetri dal suo, quegli occhi blu che lo fissavano con un'intensità che lo faceva tremare.
"Sì, Michele?"
Era la prima volta che pronunciava il suo nome, e il suono di quelle sillabe sulle sue labbra fu come una carezza fisica.
"Cosa mi sta succedendo?"
Roberto sorrise, alzando una mano per sfiorare delicatamente la guancia di Michele. "Sta diventando parte di qualcosa di più grande. Qualcosa che esiste al di là del tempo normale. E io..." la sua voce si fece ancora più bassa, "sono qui per guidarla in questo viaggio."
Michele sentì il mondo oscillare intorno a lui. Il vino, la stanchezza, la vicinanza di Roberto, tutto si mescolava in un vortice di sensazioni che lo stava travolgendo.
"Ho bisogno di lei, Michele," sussurrò Roberto, il suo pollice che tracciava lentamente il contorno delle labbra di Michele. "Più di quanto possa immaginare."
E mentre le parole di Roberto risuonavano nell'aria densa di magia e desiderio, Michele si rese conto che stava perdendo sé stesso in quegli occhi blu come abissi.
E forse, per la prima volta da giorni, non gli importava affatto.