Michele non dormì quella notte. L'orologio di Roberto era rimasto sul suo bancone da lavoro, e ogni volta che lo guardava, le lancette continuavano la loro danza all'indietro. Aveva tentato di aprirlo, ma il meccanismo sembrava sigillato da qualcosa di più forte della semplice ruggine o dell'età.
Alle prime luci dell'alba, finalmente riuscì ad aprire la cassa posteriore. Quello che vide lo lasciò senza parole: gli ingranaggi erano fatti di un metallo che non riusciva a identificare, luminescente come mercurio liquido, e si muovevano secondo schemi che sfidavano ogni logica meccanica. Alcuni ruotavano in senso orario, altri antiorario, e alcuni sembravano vibrare in dimensioni che l'occhio faticava a seguire.
"Impossibile," sussurrò tra sé, regolando la lente d'ingrandimento.
Con pinzette di precisione, iniziò a smontare delicatamente il meccanismo. Ogni ingranaggio che rimuoveva sembrava pulsare di vita propria, emanando un calore sottile che gli attraversava i polpastrelli. Mentre lavorava, iniziò a sentire un leggero capogiro, come se il tempo intorno a lui rallentasse.
Quando finalmente individuò il problema – un minuscolo ingranaggio incrinato nascosto nel cuore del meccanismo – erano le due del pomeriggio, ma a Michele sembrava di aver lavorato solo per pochi minuti.
Sostituì l'ingranaggio danneggiato con uno della sua collezione personale, un pezzo d'epoca che il nonno aveva custodito gelosamente. Nel momento in cui lo inserì nel meccanismo, l'orologio emise un suono dolce, come un respiro di sollievo, e le lancette iniziarono a muoversi normalmente.
Michele sorrise soddisfatto. Qualunque fosse la strana natura di quell'orologio, il suo lavoro era perfetto.
Fu allora che notò il primo segno inquietante.
La sveglia sul suo banco, quella che usava per tenere traccia del tempo di lavoro, segnava le 14:30. Ma l'orologio a pendolo nell'angolo del negozio indicava le 14:45. E quello da parete sopra la sua scrivania mostrava le 14:20.
Michele si alzò di scatto, controllando tutti gli orologi del laboratorio. Ognuno segnava un orario diverso, come se il tempo stesso si fosse frantumato in mille pezzi.
"Cosa diavolo..." mormorò, quando il campanello d'ingresso suonò.
Roberto entrò con la stessa eleganza felina del giorno prima. Oggi indossava un completo scuro che accentuava la sua figura slanciata e quegli occhi blu inquietanti. Portava con sé un'altra scatola, più grande della precedente.
"Signor Santini," lo salutò con un sorriso che non raggiunse mai gli occhi. "Vedo che ha risolto il problema del mio orologio."
"Come fa a.…" Michele si interruppe. L'orologio era ancora sul suo banco, perfettamente funzionante. "Sì, è riparato. Ma devo chiederle una cosa. Che tipo di metallo è quello degli ingranaggi?"
Roberto si avvicinò al bancone, i suoi movimenti silenziosi come quelli di un predatore. "Un segreto di famiglia. Mio nonno era un uomo... particolare. Aveva accesso a materiali rari."
"E gli altri orologi del mio laboratorio?" Michele indicò la confusione temporale che regnava nel negozio. "Da quando ho riparato il suo, tutti segnano ore diverse."
"Effetti collaterali," disse Roberto con noncuranza, posando la seconda scatola sul bancone. "Temporanei, le assicuro. Il tempo ha bisogno di... riallinearsi."
Michele lo fissò incredulo. "Riallinearsi? Signor Caravelli, cos'è esattamente questo orologio?"
Roberto aprì la seconda scatola, rivelando un altro orologio da tasca, questo con una cassa d'argento incisa con simboli ancora più complessi. "Un pezzo di famiglia, come il primo. E come il primo, ha bisogno delle sue... competenze speciali."
"Non capisco cosa intende con competenze speciali."
Roberto si piegò leggermente verso di lui, abbassando la voce. "Lei ha un dono, signor Santini. Le sue mani possono risvegliare meccanismi che per altri rimarrebbero per sempre silenziosi. Lo sento nel modo in cui tocca gli ingranaggi, nella precisione quasi... magica del suo lavoro."
Michele sentì il calore salirgli al viso. La vicinanza di Roberto era inebriante, il suo profumo di sandalo e mistero lo avvolgeva come una droga. "È solo esperienza e pratica."
"No," sussurrò Roberto, i suoi occhi blu che sembravano guardare direttamente nella sua anima. "È molto di più. E io... ho molto bisogno di lei."
Il modo in cui pronunciò quelle ultime parole fece tremare qualcosa nel profondo del petto di Michele. C'era un desiderio nascosto in quelle sillabe, una promessa non detta che lo fece rabbrividire.
"Questo secondo orologio," disse Roberto, raddrizzandosi ma mantenendo quella vicinanza pericolosa, "ha lo stesso problema del primo. Si ferma sempre alla stessa ora, ma in questo caso sono le tre e trentatré."
Michele prese l'orologio d'argento con mani leggermente tremule. Ancora una volta, il contatto con il metallo antico gli provocò quella scossa elettrica, ma questa volta più intensa, più invasiva. Per un attimo, ebbe la sensazione che qualcosa di estraneo si infilasse nella sua mente, sussurrandogli in una lingua che non riconosceva.
"Quando... quando lo vuole pronto?" chiese, la voce leggermente roca.
"Domani sera," rispose Roberto. "Ma stavolta, se non le dispiace, mi piacerebbe restare a guardare mentre lei lavora. Il processo mi... affascina."
Michele sentì un brivido di eccitazione mista a paura. "Certo, nessun problema."
Roberto sorrise, e questa volta il sorriso raggiunse i suoi occhi, rendendoli ancora più ipnotici. "Allora a domani, signor Santini. E.… si fidi dei suoi istinti. Sono più accurati di quanto possa immaginare."
Quando Roberto se ne andò, Michele rimase a fissare il secondo orologio. Le lancette segnavano tre e trentatré, e stavano iniziando la loro danza all'indietro.
Ma la cosa più inquietante era un'altra: guardando tutti gli orologi del suo laboratorio, si accorse che ora segnavano tutti la stessa ora.
Un'ora che non corrispondeva a quella segnata dal suo telefono.
Come se il tempo, nel suo piccolo mondo, avesse iniziato a seguire regole completamente diverse.