Il giorno del 15 marzo iniziò con un temporale. Luca si svegliò nel suo letto d'albergo con la pioggia che batteva furiosamente contro le finestre e il vento che ululava tra i cipressi delle colline circostanti. Matteo e Alessandro erano al suo fianco, ma erano quasi completamente trasparenti, come se la tempesta li stesse dissolvendo.
"Non riesco a sentirvi," sussurrò Luca, allungando la mano verso Matteo. Le sue dita attraversarono il corpo dell'amante come fosse fatto di nebbia.
"È l'anniversario," disse Alessandro con voce flebile. "Il giorno della nostra morte ci rende più deboli. Stanotte saremo o completamente liberi o completamente perduti."
"Non ho paura," mentì Luca, anche se il terrore gli attanagliava lo stomaco.
Matteo provò a sorridere, ma il suo volto era così tenue che Luca faticava a distinguerne i lineamenti. "Noi sì."
Trascorse la giornata nel panico totale. Chiamò il suo migliore amico Marco a Roma, disperato di sentire una voce familiare.
"Luca, ma che diavolo stai facendo in quel posto sperduto?" chiese Marco. "Sono giorni che non ti sento. E hai una voce strana."
"Marco," disse Luca, la voce che tremava, "se ti dicessi che sono innamorato di due uomini morti da ottant'anni e che stanotte rischio di perdere l'anima per stare con loro, cosa mi risponderesti?"
Una lunga pausa. "Ti risponderei che hai lavorato troppo e che devi tornare immediatamente a Roma. Luca, mi stai spaventando."
"Non posso," sussurrò Luca. "Li amo, Marco. Li amo più della vita stessa."
"Chi? Di chi stai parlando?"
Ma Luca aveva già riattaccato. Come poteva spiegare qualcosa che nemmeno lui capiva completamente?
Nel pomeriggio, tentò di mangiare qualcosa al bar del paese, ma lo stomaco gli si chiudeva ad ogni boccone. La gente del posto lo guardava strano.
"È pallido come un morto," sentì sussurrare una donna anziana alla sua vicina.
"Si dice che passi le notti alla vecchia stazione," rispose l'altra. "Un posto maledetto, quello. Mio nonno diceva che ci si sentivano ancora le urla dei morti del treno."
Luca lasciò i soldi sul tavolo e uscì di corsa.
Alle sei del pomeriggio, tornò alla stazione. La tempesta si era calmata, ma il cielo rimaneva plumbeo, carico di minacce. Matteo e Alessandro lo aspettavano sui binari, più solidi ora che il sole stava tramontando, ma i loro volti erano tesi.
"Abbiamo avuto tutto il giorno per pensare," disse Alessandro. "E se stessimo commettendo un errore terribile?"
"Che vuoi dire?"
"Tu hai una vita," disse Matteo, avvicinandosi con passo nervoso. "Hai un futuro, sogni, possibilità. Noi siamo morti, Luca. Fantasmi. Che diritto abbiamo di trascinarti con noi nell'oblio?"
"Il diritto che vi do io," rispose Luca con fermezza. "La scelta è mia."
"Ma è davvero una scelta?" insistette Alessandro. "O siamo noi che ti abbiamo stregato, ammaliato con i nostri baci e le nostre carezze?"
Luca si fermò di colpo. Quella domanda lo colpì come un pugno nello stomaco. "State dicendo che... che quello che provo non è reale?"
"No!" esclamarono entrambi contemporaneamente.
"Il tuo amore è la cosa più reale che abbiamo sentito in ottant'anni," disse Matteo, prendendogli il viso tra le mani. "Ma il nostro potrebbe essere influenzato dalla disperazione di ottant'anni di solitudine."
"Come facciamo a sapere," aggiunse Alessandro, "se ti amiamo davvero o se ti amiamo perché sei la nostra unica speranza di salvezza?"
Il dubbio che Luca aveva tenuto sepolto nel profondo del cuore emerse come un mostro marino. "E se... e se io vi amassi solo perché siete impossibili? Perché rappresentate tutto quello che non posso avere?"
I tre si guardarono nel silenzio carico di tempesta.
"Gesù," mormorò Matteo. "Che pasticcio abbiamo combinato."
"Forse dovremmo fermarci," disse Alessandro con voce spezzata. "Forse dovresti andartene e dimenticare di averci mai incontrati."
"Posso ancora chiamare un taxi," disse Luca, ma le parole gli uscirono senza convinzione. "Posso tornare a Roma, alla mia vita normale."
"Sì," annuì Matteo, ma i suoi occhi dicevano il contrario.
"È la cosa più saggia da fare," disse Alessandro, mentre le lacrime iniziavano a scendere lungo le sue guance perfette.
Rimasero lì, tutti e tre, mentre la luce del giorno svaniva lentamente. Nessuno si muoveva. Nessuno chiamava un taxi. Nessuno se ne andava.
"Non riesco," sussurrò finalmente Luca. "Non riesco ad andarmene."
"Nemmeno noi riusciamo a lasciarti andare," ammise Matteo.
"Anche se dovesse essere sbagliato," aggiunse Alessandro, "anche se dovesse essere solo disperazione mascherata da amore, non importa."
"Perché?" chiese Luca.
"Perché quando ti bacio," disse Matteo, avvicinandosi, "sento di essere vivo per la prima volta da ottant'anni."
"E quando mi guardi," disse Alessandro, prendendogli la mano, "vedo un futuro che pensavo impossibile."
"E quando siamo insieme tutti e tre," disse Luca, attirando entrambi a sé, "il mondo ha finalmente senso."
Si baciarono lì, sui binari, mentre le prime stelle iniziavano a brillare nel cielo che si schiariva. Fu un bacio disperato, pieno di dubbi e certezze in egual misura.
"Allora lo facciamo," disse Alessandro quando si separarono. "Qualunque cosa succeda."
"Insieme," disse Matteo.
"Fino alla fine," aggiunse Luca.
Il fischio del treno risuonò nell'aria della sera, più forte e più lungo del solito. Quando il treno apparve dai binari, Luca notò immediatamente che era diverso. Più luminoso, più definito, come se anche lui stesse raccogliendo tutte le sue energie per quello che stava per accadere.
"È ora," disse Matteo.
"Hai paura?" chiese Alessandro a Luca.
"Terrificato," ammise Luca. "E voi?"
"Terrificati," risposero insieme.
"Bene," sorrise Luca, sorprendendosi. "Significa che ci teniamo davvero."
Salirono sul treno tenendosi per mano, tutti e tre consapevoli che stavano per affrontare la notte più importante delle loro vite. O delle loro morti.
Nello scompartimento speciale, i tre anelli d'oro brillavano sotto la luce delle lampade come piccoli soli. Sul tavolo era apparso anche un libro antico, aperto su una pagina scritta in latino.
"I voti," sussurrò Alessandro, riconoscendo la lingua. "Le parole che dobbiamo pronunciare."
"Siete pronti?" chiese Matteo, la voce ferma nonostante la paura negli occhi.
"No," disse Luca. "Ma facciamolo lo stesso."
Presero i loro anelli. Il metallo era tiepido, come se avesse assorbito il calore dei loro cuori. Mentre il treno iniziava il suo ultimo viaggio verso il destino, i tre uomini si prepararono a sfidare le leggi della vita e della morte.
Per amore. Per sempre. Insieme.
Il dubbio rimaneva, nascosto nell'ombra dei loro cuori. Ma la speranza brillava più forte, alimentata da un amore che aveva già compiuto l'impossibile.
Ora dovevano solo avere fede che fosse abbastanza.