Capitolo 3 – La notte dei tre colpi

470 Words
Il vetro gemette sotto un nuovo impatto, più violento del precedente. L'intera bottega parve trattenere il respiro, le ombre che danzavano alle pareti come spettri impazziti. Giuseppe sentì le proprie gambe farsi pesanti, il cuore un martello contro la gabbia toracica. «Non muoverti» mormorò verso la marionetta, ma le sue parole suonarono vane, impotenti. Giulio non lo ascoltava. I suoi occhi di vetro erano incollati alla finestra, in quello sguardo una consapevolezza soprannaturale che faceva rabbrividire. Il terzo colpo arrivò come un pugno di pietra. Il vetro si incrinò all'istante, una ragnatela di linee argentee che catturava il tremolio della candela. Giuseppe avanzava con difficoltà. Nella pioggia, scorse una sagoma scura dall'aspetto innaturale. Una voce filtrava attraverso le fessure, gorgogliante e informe: «Restituisci... ciò che... hai rubato...» Il gelo lo pervase. Stava arretrando quando Giulio si mosse. Non fu un movimento meccanico, ma uno scatto felino, innaturale. Atterrò tra lui e la finestra con un'elasticità che non apparteneva al legno, le giunture che protestavano con suoni secchi. «Non passerà» ringhiò, e in quella voce c'era un'eco cavernosa, come molte voci fuse insieme. Giuseppe gli afferrò le spalle, sentendo sotto i polpastrelli il legno vibrare di energia repressa. «Giulio, ti prego...» La marionetta si voltò. Negli occhi di vetro non c'era più traccia della dolcezza di prima, solo una furia primordiale che sembrava antica quanto il mare. «Mi ha inseguito» sibilò. «Dalle profondità. Vuole riportarmi laggiù.» «Chi?» la domanda di Giuseppe era un respiro spezzato. «Quando mi ha trascinato sotto...» le parole uscivano a fatica «...non c'era acqua. Solo oscurità... che respirava.» Un nuovo colpo fece sobbalzare la finestra. Tra le crepe apparve una dita lunga e pallida, dalla pelle madreperlata come quella di un cadavere annegato. Giuseppe indietreggiò di scatto. L'aria si riempì dell'odore di sale marcio e di fondale disturbato. «Dobbiamo…» La marionetta gli afferrò il polso con una forza impossibile. «Mettiti dietro di me.» «Sei tu che devi proteggerti!» «Io appartengo già all'ombra. Tu no.» Un sibilo perforò la notte, un suono che non apparteneva a nessun animale conosciuto. La figura alla finestra si contorse, poi si ritrasse nell'oscurità. Il silenzio calò improvviso, rotto solo dal canto monotono della pioggia. «Se n'è andato?» sussurrò Giuseppe, il corpo ancora teso. Giulio si avvicinò alla finestra, le dita di legno che sfioravano le crepe nel vetro. «No», la sua voce era un gelido presagio. «Sta aspettando.» Quando si voltò, Giuseppe vide riflettersi negli occhi azzurri qualcosa che lo fece rabbrividire: un'ombra liquida che si muoveva con intelligenza propria, un'oscurità che non era semplicemente assenza di luce, ma presenza attiva. «La prossima volta» sussurrò la marionetta «non busserà.» E in quel momento Giuseppe comprese la terribile verità. Il rituale non aveva semplicemente richiamato l'anima di Giulio. Aveva spezzato un confine. E ciò che stava dall'altra parte non intendeva rimanere a guardare.
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