Capitolo 3 – L’apparizione

570 Words
La notte si strinse intorno a Monteluce come un pugno. Un vento crudele scuoteva i rami nudi degli alberi, sferzando le mura della chiesa. All'interno, l'oscurità era rotta solo dal tremolio di una singola candela, il cui alone di luce danzava sui tasti dell'organo. Raffaele era lì, seduto sullo sgabello. Il pretesto erano le misurazioni, i primi appunti per il restauro. La verità era un richiamo che sentiva nelle ossa, un magnetismo pericoloso che attirava le sue dita verso il legno antico. Le sue mani si posarono. La prima nota non fu un suono, ma un sospiro della chiesa stessa. Profonda, viscerale, un lamento che si propagò dalle fondamenta. Ogni accordo che seguì era più oscuro del precedente, intrecciandosi in una melodia funebre che parlava di perdita e di un'attesa secolare. E mentre suonava, sentì un calore alle spalle. Non il calore di un corpo vivente, ma quello di una presenza, un'attenzione fissa e intensa che gli bruciava la nuca. Si voltò, il cuore in gola. Nulla. Solo ombre che si allungavano e contorcevano, nutrite dalla fiamma instabile. Riprese a suonare, le dita che tremavano. Ed ecco che accadde: una seconda voce si levò dall'organo. Una melodia diversa, più antica e terribilmente dolce, che si intrecciò alla sua in un contrappunto perfetto e non scritto. Non erano più le sue dita a guidare la musica. Era la musica a guidare lui. A guidarli entrambi. Smise di premere i tasti, strappando le sue mani dalla tastiera come se lo avesse scottato. Ma la musica non si fermò. Continuò, pura e spettrale, riempiendo la navata di un'armonia che non era di questo mondo. E allora, vide. Accanto al pulpito, l'aria stessa cominciò a condensarsi, a tessere luce e ombra. Prese la forma di un uomo avvolto in un saio logoro, i capelli una cascata scura sulle spalle, il volto di una bellezza tragica e irreale, scolpita nel dolore. I suoi occhi, grigi come un cielo d'inverno, si posarono su Raffaele con un peso che quasi lo fece vacillare. «Non avresti dovuto suonare.» La voce non era un suono che attraversava l'aria, ma una risonanza che nasceva direttamente dentro la sua mente, un mormorio di acqua e di cenere. Raffaele riuscì a malapena a formare le parole. «Chi... chi sei?» L'apparizione abbassò lo sguardo verso l'organo, in un gesto di infinita malinconia. «Solo un peccatore. Il mio nome è Cristiano. E questo strumento... è la mia dannazione. Il giuramento che infransi.» Un lampo balenò al di fuori, illuminando per un istante la navata in un bianco spettrale. In quel bagliore, la figura di Cristiano svanì, per poi ricompattarsi a un palmo di distanza. Un gelo penetrante, l'odore di terra umida e incenso spento, emanava da lui, avvolgendolo. «Perché hai risposto alla sua chiamata?» chiese Cristiano, i suoi occhi spalancati che cercavano l'anima di Raffaele. «Non ho avuto scelta» sussurrò Raffaele, la voce rotta. «Mi chiamava. Era come se... conoscesse il mio nome.» Un sorriso triste, carico di una compassione millenaria, increspò le labbra del fantasma. «Allora il ciclo ricomincia.» Un colpo di vento più violento degli altri irruppe da una vetrata rotta, spegnendo la candela. Il buio fu assoluto, un'oscurità di tomba. E nell'oscurità, l'organo continuò a suonare da solo, un inno lento e solenne alla disperazione. E la voce di Cristiano, più vicina che mai, un alito gelido sul suo orecchio, sussurrò: «Benvenuto, Raffaele. La tua anima era l'ultima nota che mancava.»
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