Capitolo 2 – Le prime note

565 Words
L'alba trovò Raffaele con le palpebre pesanti, il ricordo dell'organo ancora vibrante nelle sue ossa. Il sonno era stato un mare agitato dove ombre cantanti si muovevano a ritmo di una melodia sconosciuta, e dove un volto pallido lo fissava dalle profondità, le sue dita spettrali che inseguivano le sue sui tasti, guidandole. Scacciò i pensieri con un brivido. Solo un sogno, si disse. Solo l'emozione di aver trovato quello strumento. La chiesa, nel lucore grigio del mattino, era un'altra creatura. La nebbia filtrava dalle vetrate infrante, avvolgendo le panche e l'altare in un sudario umido. L'aria era ferma, carica dell'odore di legno marcio e di un incenso così antico da sapere di polvere e preghiere dimenticate. Eppure, Raffaele non sentiva repulsione. Quel luogo lo chiamava con una voce muta e potente, un richiamo che sentiva nelle vene. Si avvicinò all'organo. Il legno scuro, sotto la sua mano, sembrò trasalire, come una pelle che riconosce un tocco familiare. Le canne maestose non erano più solo metallo: erano polmoni in attesa di un respiro. Si sedette, lo sgabello che scricchiolò nel silenzio sacro. Per un lungo momento, ascoltò solo il sospiro del vento tra le crepe. Poi, abbassò le dita. La prima nota fu un germoglio che spezzò la terra gelata. Pura, cristallina. La seconda la seguì, e poi una terza, intrecciandosi in un motivo semplice, quasi una ninnananna. L'acustica della chiesa era un abbraccio perfetto, ogni vibrazione restituita dalle pareti con una devozione commovente, un'amplificazione dell'anima. Poi, il controllo gli sfuggì. Non fu una transizione, ma un'usurpazione. Le sue dita, che avevano studiato per una vita, non erano più sue. Scivolavano sui tasti con una volontà propria, modellando accordi che non conosceva, passaggi che non aveva mai immaginato. Una melodia oscura e profondamente bella sgorgava dallo strumento, un fiume in piena che lo travolgeva. Tentò di ritrarre le mani, di spezzare l'incantesimo, ma le sue dita danzavano per un altro maestro. Un brivido glaciale, fatto di terrore e di una beatitudine perversa, gli risalì la spina dorsale mentre un accordo possente, il battito di un cuore mostruoso e magnifico, riempiva la navata. — Chi suona con me? — la sua voce fu un soffio rubato, un grido soffocato dalla stessa musica. La melodia si interruppe. Il silenzio che calò non fu assenza di suono, ma un'attenzione improvvisa, densa e minacciosa. Poi, una voce gli rispose. Non dall'aria, non dall'eco. Sembrò nascere dalle canne stesse, un sussurro di metallo e di secoli. — Tu mi hai chiamato. Raffaele si girò di scatto, il sangue che gli gelava in petto. La chiesa era deserta. Le candele, le stesse che la notte prima avevano pianto, tremavano leggermente. Ma il suo sguardo, irresistibilmente, fu attratto verso il pulpito. Là, nella penombra, una figura si stagliava. Alta, avvolta in un'oscurità che sembrava mangiare la luce, un'ombra con una presenza fisica, tangibile. E lo osservava. Il cuore di Raffaele martellava contro le costole. Si alzò, le gambe tremanti. Fece un passo esitante verso il pulpito, la domanda che gli bruciava la gola. Ma la figura svanì. Non si mosse, non si dissolse nel vento. Semplicemente non ci fu più, come se un sipario di realtà fosse calato su di essa. Nell'aria, tuttavia, rimase sospesa un'eco, una promessa fatta di voce e di musica: — Continua a suonare, Raffaele. E nel profondo, un'urgenza nuova e spaventosa sapeva che l'avrebbe fatto.
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