Capitolo 1 – Il nuovo organista

583 Words
Il treno procedeva lento, un respiro affannoso che solcava valli avvolte nella pioggia. Raffaele fissava il paesaggio oltre il finestrino, dove i colori della vita sembravano essersi spenti in un grigio perenne. Le sue mani – lunghe, nervose, segnate dalle vene – riposavano in grembo. Erano mani che conoscevano il peso del silenzio più delle note, da troppo tempo. L’offerta era giunta inaspettata, un’ancora gettata in un mare di apatia. Restaurare e ridare voce all’organo della chiesa di San Vittore, a Monteluce. Un villaggio che le cartine ignoravano, un luogo per dimenticare ed essere dimenticati. Don Gabriele, il sacerdote che lo aveva contattato, aveva parlato dello strumento con un timore reverenziale, accennando a una tragedia antica, a monaci e a una maledizione. A Raffaele non importava della maledizione. Cercava solo un rifugio dalle proprie. Monteluce, quando vi giunse, era più silenzioso di quanto avesse immaginato. Un sonno profondo avvolgeva le case di pietra, e la chiesa, in cima alla collina, non era un faro di fede, ma una sentinella di abbandono. L’edera le si arrampicava addosso come una stretta affamata. Il portone cedette con un urlo strozzato che si perse nella vastità della navata. L’aria che lo accolse era densa di polvere e di un odore dolciastro di legno marcio e cera smarrita. Fasci di luce morente, filtrando dalle vetrate ferite, squarciavano le tenebre, illuminando i volti pietrosi di santi i cui sorrisi sembravano contorti in un ghigno. E poi, lo vide. L’organo non era un semplice strumento. Era una presenza. Un gigante di legno scuro e metallo opaco, le sue innumerevoli canne protese verso l’alto come un’invocazione muta al cielo vuoto. La polvere ne ammorbidiva i contorni, ma non ne spegneva la maestà minacciosa. Sembrava non essere stato costruito, ma aver germinato dal pavimento stesso della chiesa. «Sembra quasi... che respiri» mormorò Raffaele, la sua voce un’incrinatura nel silenzio tombale. La sua mano, quasi contro la sua volontà, si sollevò per sfiorare la tastiera coperta da un velo grigio. «È fatto con legni di ulivo del Getsemani e canne d’argento» disse una voce alle sue spalle, facendolo sobbalzare. Don Gabriele era lì, un’ombra essa stessa, il suo volto scavato come la roccia della collina. «Ma da quando questo luogo è stato chiuso al cielo, nessuno ha più osato sfiorarlo.» «Perché?» chiese Raffaele, incapace di distogliere lo sguardo dallo strumento. Il prete esitò, le sue dita nodose serrandosi attorno a un rosario invisibile. «L’ultimo che provò a suonarlo... un fratello più abile degli angeli, si dice... non terminò mai la sua melodia. Il cielo si oscurò in un istante, e la sua vita si spense con l’ultima nota.» Raffaele sorrise, un’espressione sottile e scettica. «Storie per spaventare i bambini.» Ma in quel preciso istante, un gelo improvviso, un alito di tomba, attraversò la navata. Le poche candele storte sul pavimento tremarono, e le loro ombre danzarono un balletto frenetico. E lì, nel profondo di quel freddo, Raffaele non immaginò. Udì. Una singola, profonda nota d’organo, un lamento basso e vibrante che non veniva dallo strumento, ma sembrava pulsare dalle stesse pietre delle pareti, avvolgendolo in un abbraccio di ghiaccio. Don Gabriele si segnò, le labbra incolori. «È solo il vento» sussurrò, come per convincere sé stesso. «O almeno, questo prega il Signore di credere.» Raffaele non rispose. Lo scetticismo era svanito, sostituito da un brivido primordiale. Perché in quell’eco impossibile, in quel suono proibito, aveva sentito qualcosa di inconfondibile: un richiamo. E quel richiamo, terribile e affascinante, pronunciava il suo nome.
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