Il mattino seguente, il sole filtrava appena fra le persiane, eppure Gianluca aveva ancora negli occhi e sulla pelle il ricordo del tocco di Paolo. Ogni parte di lui era attraversata da richiami sottili, come fili invisibili che lo trascinavano sempre nello stesso punto: davanti a quella libreria che celava la porta murata.
Aspettò che gli operai lasciassero il palazzo, inventando per Teresa una scusa per chiudersi a lavorare fino a tardi. Quando finalmente rimase solo, il silenzio divenne assoluto, rotondo, quasi palpabile.
Si munì di scalpello e martello, strumenti che durante un restauro non avrebbero destato sospetti. Il primo colpo contro il muro fece vibrare il corridoio e sollevò un nugolo di polvere. Una dopo l’altra, le pietre cedettero, rivelando il contorno di un’antica porta di legno scuro, ornata da borchie in ferro battuto coperte da ruggine.
Il cuore di Gianluca batteva senza tregua. Prima di posare la mano sulla maniglia ossidata, sentì chiaramente quel profumo noto — lavanda e cedro — che cresceva d’intensità. Poi una voce, dolce e penetrante, lo avvolse:
— «È tempo.»
Spingendo con forza, il legno si aprì con un lamento profondo, quasi un sospiro trattenuto da un secolo. Davanti a lui si rivelò la stanza segreta.
Era una camera piccola, ma ricca, intatta come se il tempo non vi avesse messo piede. Le tende di velluto cremisi pendevano ancora ai lati delle finestre oscurate; sulle pareti, tappezzerie rosso scuro, ricamate con motivi di fiori e arabeschi. C’era un letto a baldacchino, coperto da un telo impolverato che lasciava intravedere i drappi di seta rossa ormai scoloriti.
Uno specchio antico, la superficie incrinata da leggere venature, rifletteva un’immagine fantastica della stanza, moltiplicando le ombre. Ai piedi del letto, un tappeto orientale appena consumato dal tempo conservava ancora colori vivi: cremisi, oro, lapislazzulo.
L’atmosfera era impregnata. Non di polvere e chiuso, ma di qualcosa di diverso: un calore latente, un’eco di desideri, di corpi vicini, di respiri intrecciati. Gianluca rabbrividì, sentendo il palazzo farsi carne intorno a lui.
— «Qui vivevo il mio segreto» disse Paolo, materializzandosi a pochi passi da lui. Le sue mani si posarono sullo schienale di una poltrona rivestita di seta scura. La sua immagine, riflessa nello specchio, non era un’ombra: sembrava un giovane signore elegante, vivo, con labbra invitate al peccato.
— «In questa stanza… tutto ciò che mi era proibito trovava il suo respiro.»
Gianluca avanzò incredulo, quasi sfiorando il tessuto del letto e le venature dello specchio. Ogni dettaglio emanava una sensualità ovattata, come se le mura stesse ricordassero carezze, voci strozzate, sospiri perduti.
Paolo si avvicinò. Non lo toccò subito: si limitò a circolare intorno a lui, come un predatore magnetico.
— «Qui ho amato. Qui mi sono sentito vivo. Ma anche qui mi hanno tradito.»
Gli occhi scuri brillarono, e per un istante si velarono d’ombra e dolore. Poi tornarono a fissarlo con un’intensità che incendiava.
— «E ora… posso rivivere. Con te.»
La mano di Paolo sfiorò la sua, e il contatto, questa volta, fu reale e innegabile. Non un’illusione, non un sogno: calore, pressione, realtà.
Gianluca trattenne il fiato, rapito. Non sapeva se fosse il potere della stanza, il fascino di quell’uomo antico, o il suo stesso desiderio che lo legava a lui… ma sentì che quella porta, una volta varcata, non si sarebbe più richiusa davvero.
Tra di loro l’aria era carica, satura, come pronta a bruciare.
Eppure, Paolo non si spinse oltre. Si limitò a stringere la sua mano, con dolcezza e forza insieme.
— «Questa stanza non è soltanto un rifugio. È la custode della mia verità, del mio amore, della mia morte. Sarà anche la custode di ciò che nascerà tra noi.»
La voce era un giuramento e una promessa.
Gianluca, col cuore in tumulto, comprese che aveva appena aperto non solo una porta murata da secoli, ma una soglia verso un desiderio che lo avrebbe trascinato sempre più in profondità.