Capitolo 3 – La Porta Murata

475 Words
Il terzo giorno di rilievi iniziò con una pioggia sottile che avvolgeva il palazzo in una nebbia lattiginosa. L’acqua scivolava dalle grondaie antiche come lacrime d’argento, e il cielo bagnava la facciata del Vertense di un grigio uniforme, amplificando la sua severa bellezza. Gianluca, dopo aver lavorato in un’ala secondaria, decise di procedere con l’esplorazione di un corridoio che fino a quel momento aveva tralasciato. Il corridoio era stretto, fiancheggiato da alte librerie in legno scuro, quasi nere, adornate da fregi intagliati a mano. L’odore di carta antica e legno cerato saturava l’aria, denso come un velo. Molti libri avevano i dorsi dorati, alcuni rovinati dall’umidità. Camminando lentamente, il passo di Gianluca si fece esitante quando notò qualcosa di inconsueto: una sezione della libreria sembrava... fuori posto. Le travi verticali erano leggermente disallineate rispetto alle altre, e il legno mostrava una tonalità leggermente più chiara lungo un bordo, come se fosse stato spostato in passato. La sua mano corse istintivamente al bordo della mensola. Spinse: nulla. Ma bussando con le nocche, il suono che ricevette non era pieno, compatto, bensì un eco vuoto. Il cuore iniziò a battergli più forte. Si chinò per guardare meglio: tra una mensola e l’altra c’era un filo sottile di polvere interrotto, e dietro intravide ciò che pareva il contorno di un’antica intelaiatura di porta, murata con cura. Un brivido gli percorse la schiena. In quel preciso istante, una folata d’aria fredda lambì il collo, sottile ma chiaramente percepita, come un respiro vicino all’orecchio. E poi, quella stessa voce. Calda, profonda, come già nei sogni: — Aprila. Gianluca si voltò di scatto. Il corridoio era vuoto, la pioggia tamburellava contro i vetri lontani. Ma il profumo che percepì subito dopo era impossibile da confondere: lavanda e legno di cedro, lo stesso che nel sogno circondava Paolo. Inspirò profondamente per placare l’accelerazione del cuore. La tentazione di restare lì, a fissare quella libreria e la sua promessa di segreti, era irresistibile. Ma decise di non farsi scoprire da Teresa o dagli operai: si limitò ad annotare con cura la posizione sul taccuino di pelle che portava sempre con sé, in quelle pagine fitte di schizzi e appunti. Quella notte, mentre sfogliava quelle note alla luce gialla della lampada, non riusciva a togliersi dalla testa l’eco di quel comando. Aprila. E quando, più tardi, il sonno lo colse, sognò ancora Paolo. Questa volta non in piedi davanti a una porta, ma seduto su una poltrona damascata rossa, le gambe accavallate, le labbra sfiorate da un sorriso seducente. Ogni gesto del fantasma sembrava avere il peso e il calore di un essere vivo: la mano che gli indicava la libreria, l’inchino impercettibile del capo, lo sguardo che rubava il respiro. Gianluca si svegliò prima dell’alba, con la netta consapevolezza che quella porta murata non avrebbe potuto resistergli ancora a lungo.
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